L’uomo Del Monte

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Qualche giorno fa trascorrevo istanti di ozio in atmosfera amarcord, riguardando pubblicità televisive italiane degli anni 80/90. Mulino Bianco, Giochi Preziosi, Pinguino DeLonghi e simili. Se non l’avete mai fatto, e siete nati nei primi anni 80, lo consiglio vivamente.

Ebbene uno di questi spot era quello celeberrimo dell’uomo Del Monte che si sincera personalmente dello stato di maturità della frutta prima che essa sia trasformata in succhi. La leggenda narra che l’uomo Del Monte debba dire “sì” ed acconsentire attraverso un controllo di qualità soggettivo e “all’antica” alle successive operazioni agricole ed industriali. Nessuno tocchi le albicocche prima che il divino palato dell’uomo Del Monte le abbia assaggiate. La metafora di questo controllo di qualità dall’alto diventò così popolare che il detto “l’uomo Del Monte ha detto sì” estese la propria popolarità bel oltre il settore ortofrutticolo.

E’ evidente che lo spot raccontasse una parabola, una metafora, una versione romanzata del processo produttivo che sia attraente per i consumatori e li faccia sognare un mondo in cui qualcuno di prende cura di ogni singolo ananas che finisce affettato in dischetti e messo in scatola. Ma se nessuno ha dubbi su questa storia degli anni ’80, oggi si incontrano spesso altri messaggi commerciali che non appartengono altrettanto chiaramente nel campo delle caricature e della finzione, specialmente quando si fa riferimento con precisione a caratteristiche di prodotti e servizi.

Restando nel campo del cibo, mi chiedo se ci debba essere qualche vincolo tra la realtà del prodotto e come viene descritto per indurre all’acquisto. Per esempio, se una scatola di cioccolatini riporta sull’illustrazione del coperchio di contenere cioccolato belga finissimo, mi stupisce molto non trovare il cacao tra i primissimi ingredienti e leggere invece di sciroppo di mais e olio di palma. Oppure se al ristorante sostengono che la caprese è fatta con pomodori Pachino, ma il gusto non conferma, mi piacerebbe poter verificare se davvero vengono da Pachino o se l’han scritto solo perchè il menu si leggeva meglio. Perchè se è consentito spararla grossa senza che nessuno chieda mai le prove tanto vale farlo, no?

Quanto è dunque lecito abbellire la realtà a fini promozionali senza sconfinare nella truffa? E pongo la domanda pensando a dozzine di casi assurdi che incontro quotidianamente in Canada, paese civilissimo ma che forse non ha ancora sviluppato gli organismi di difesa del consumatore che in Europa sono maturi da tempo.

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