Kevin Mitnick è il più famoso hacker del mondo. Tra gli anni 80 e gli anni 90 ha fatto impazzire le autorità statunitensi guadagnando accesso ai sistemi informatici di mezzo mondo fino al suo arresto, nel 1995. Da allora, per i cinque anni trascorsi in carcere e per i successivi in libertà vigilata con il divieto di avvicinarsi a meno di cinque metri da un pc, la sua fama si è consolidata ed il suo nome è l’antonomasia del pirata della rete.

Dal suo rilascio si è messo in proprio fondando la Mitnick Security Consulting ed unendosi a quello stormo di hacker che, passati per le forche caudine della legge, decidono di porre la loro conoscenza al servizio del denaro. E nell’ambito di questo modus vivendi fioriscono le pubblicazioni di libri, articoli pseudo-scientifici e comparse come ospite d’onore a manifestazioni di settore.

Mi intristisce un po’ leggere le interviste
a questi personaggi della mitologia informatica a cui mi sono sempre ispirato e scoprire che si sono allineati, come mentalità e come risposte, a quelle di un qualsiasi direttore vendite: gran percentuali, quote di mercato e partnership per creare sinergie e condividere il portfolio clienti. Le risposte sono piatte e prevedibili come quelle di un calciatore al termine di una partita, nulla a che vedere con i guizzi geniali che tanti anni prima gli hanno consentito di rendere il proprio nome famoso in tutto il mondo.

Mi ha intristito ancor di più qualche tempo fa leggere uno dei suoi libri, The art of deception, che si è rivelato una lunga sequela di banalità riguardante il social engineering che qualsiasi appassionato già conosce. Avrei apprezzato molto di più un’autobiografia degli anni di attività, un libro che completasse quanto già scritto da Shimomura, l’esperto di sicurezza che diede il maggiore apporto per la sua cattura.

Ma forse alimentare il mito non è la miglior strategia commerciale per la propria attività, potrebbe spaventare i clienti ed allontanarli, non sia mai.

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