Il capannello di studenti riuniti fuori. Lo striscione scritto a spray. L’atrio un continuo via vai di indaffarati. L’accoglienza sa di fumo stantio e di slogan, ma l’entusiasmo non è certo quello che animava manifestazioni analoghe negli anni 80 e negli anni 90. La noia e la sconsolazione regnano un po’ ovunque, come se nessuno realmente ci credesse. I volti con cui si incrocia lo sguardo sono gli stessi di dieci anni fa che dopo una vita di corsi universitari, prima di laurearsi, offrono un ultimo saluto al ciclo scolastico. Sono gli stessi che al liceo facevano parte dei collettivi, che parlavano al megafono e che predisponevano il picchetto davanti all’ingresso; gli stessi che sembrava avessero già un’idea precisa di come funzionasse il mondo e volessero trasmettere questa consapevolezza al resto della compagnia; gli stessi che si comportano ora come allora, gli eterni studenti, forse troppo inguenui ed idealisti per avere il coraggio di farsi spazio nella società attuale.

Si è chiusa ieri con la ripresa delle lezioni l’occupazione della statale. Le matricole forse non hanno nemmeno capito bene cosa sia successo. D’altra parte all’occupazione non si è visto nessuno al di sotto dei ventisei anni, probabilmente le nuove generazioni hanno perso il desiderio di combattere, anche solo simbolicamente, che avevano i loro predecessori; non hanno il gusto delle assemblee, dei cineforum e dei collettivi contro il razzismo; a dormire in un sacco a pelo in università preferiscono una serata in discoteca con gli amici, e in fondo come dar loro torto? La politica ha perso interesse, forse non è nemmeno più vera politica, com’è possibile partecipare ad azioni politiche se non esiste più l’argomento da dibattere?

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