Lunedì mia sorella parte per l’Ecuador. Si ferma qualche mese per redigere la propria tesi di laurea in architettura e, suppongo io, per isolarsi un po’ in un luogo che evidentemente le è caro. Il 25 Dicembre Michela sarà a Quito e dunque il tradizionale Natale in famiglia lo abbiamo festeggiato stasera, secondo le nostre tradizioni: pranzo abbondante preparato dalla mamma, candele rosse e discorsi seri. Mancavano solo l’albero e il presepe, ma tra una cosa e l’altra in questi ultimi anni non riusciamo a farli spesso. Forse nemmeno ci interessano più.

Sì, ci manca qualche venerdì. E forse anche diversi giovedì non rispondono all’appello. Ma siamo fatti così, ormai da più di trent’anni, e dopo tanto tempo è difficile recuperare i giorni della settimana persi.

Sono cresciuto in una famiglia che della cosiddetta normalità si fa beffe: non interessa, anzi viene derisa e disprezzata. Chi mi conosce, poco o tanto, sa bene che i miei genitori non si confonderebbero facilmente con quelli di qualcun altro. Chi mi conosce è venuto prima o poi in contatto con questa diversità e si è fatto un’idea propria in proposito; ricordo tante frasi pronunciate da diverse persone all’indomani dell’impatto. Chi mi conosce è anche bravo a riconoscere le sfumature dei miei parenti stretti sul mio carattere, il mio modo di comportarmi, le mie idee, i miei pensieri, sogni, speranze, convinzioni. (Scrivo “chi mi conosce”, ma in realtà, ora che ci siamo liberati di quei seccatori provenienti da Google, se state leggendo qui, mi conoscete!)

La mia famiglia è strana, ma è la mia. Quando ero piccolo immaginavo spesso di avere altri genitori e che cono loro anch’io avrei avuto abutidini più “normali”. Adesso invece li ho accettati, sono un circo imprevedibile, ogni giorno una pazzia nuova, che la donna baffuta e l’uomo proiettile ci fanno una pippa, ma non riesco ad immaginare di avere altri parenti che loro.

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