Sabato sera presso il teatro Carcano di Milano ho assistito alla rappresentazione di Fedra di Seneca. Durante il breve spettacolo sbadigli e risolini si sono susseguiti numerosi, a causa della povera recitazione e dei frequenti tratti paradossali e grotteschi presenti nel testo. Probabilmente l’opera risente un po’ dell’età e non si rivela così attuale come forse sperava il regista. Fatta questa premessa, ha attirato però la mia attenzione un discorso di Ippolito, coprotagonista della rappresentazione con Fedra, sua matrigna: i concetti espressi mi sono sembrati particolarmente significativi e facilmente riportabili all’attualità. Lo cito per intero.

“Non c’è vita più libera, più pura da vizi, più vicina ai costumi di un tempo, di quella che ama le foreste e rifugge dalla città. La febbre dell’avarizia non contagia chi dedica la sua innocenza alla vita sui monti, non lo toccano il favore della moltitudine, il volgo malfido per gli onesti, la mefitica invidia, il plauso incostante. Non è servo del potere né del potere assetato. Non va a caccia di onori e di ricchezze. È libero da speranza e paura. Non lo morde, col suo dente abietto, il nero e vorace livore. Nulla sa L dei delitti che nascono nella città, tra la folla. Nessun timore lo atterrisce, poiché non ha sensi di colpa, e non è costretto a mentire. Non desidera, come i ricchi, vedersi intorno mille colonne, e non riveste d’oro, come gli ambiziosi, le travi del soffitto. Gli altari, non li inonda di fiotti di sangue, né centinaia di candidi buoi, cosparsi del farro rituale, per lui piegano il collo al sacrificio. Ma sue sono le distese dei campi, sua l’aria aperta mentre va senza nuocere ad alcuno. Sa tendere insidie, ma soltanto alle belve, e quand’è provato dalle fatiche ristora il suo corpo nel limpido Ilisso. Un giorno costeggia la riva del rapido Alfeo, un altro percorre luoghi fitti di alte foreste in cui riluce, pura nei suoi guadi, la fonte gelida di Lerna. Ovunque è casa sua: là dove gorgheggiano queruli uccelli e fremono, da lievi soffi percossi, vecchi faggi e frassini. O dove è bello calpestare le rive sinuose di un torrente o cedere a sonno leggero sulla nuda zolla, mentre una fonte rigogliosa versa i suoi rapidi flutti o dolcemente sussurra un rivo che fugge tra fiori sboccianti. Placano la sua fame i frutti che scrolla dai rami, gli offrono facile cibo le fragole che coglie dai cespugli. Fugge d’istinto, lui, lontano dal fasto della reggia. Che cosa bevono i potenti in quelle coppe d’oro? Affanni. No, è meglio dissetarsi nel cavo della mano a una sorgente. Dorme più tranquillo chi si affida a un duro giaciglio. Non medita da malvagio, nel buio della sua stanza, amori furtivi, non si nasconde da vile nei recessi del palazzo. Cerca l’aria e la luce, il cielo è testimone della sua vita. Sono certo che vivevano così gli uomini che la prima età generò insieme agli dèi. Non conoscevano la cieca brama dell’oro, non avevano pietre maledette che dividessero, a capriccio, le terre tra le genti. Navi temerarie non solcavano i flutti, ciascuno conosceva soltanto il suo mare. Torri e bastioni non cingevano le città. Non c’erano soldati a brandire armi crudeli, né ordigni di guerra per abbattere, a colpi di macigno, le porte sbarrate. Non aveva padroni, la terra, né soffriva la servitù dell’aratro, poi che i campi, per se stessi fecondi, nutrivano genti senza pretese. I boschi offrivano ricchezze naturali, naturali rifugi le buie caverne. Quest’armonia, l’infranse la febbre sacrilega del lucro, e l’ira sfrenata, la libidine che accende e travolge le menti. Sopravvenne la sete del potere, che trasuda sangue, il debole fu preda del forte, la forza prese il posto del diritto. E allora fu la guerra, dapprima a mani nude, poi trasformando in armi pietre e rami grezzi. Ancora non c’erano l’agile giavellotto dalla punta di ferro, la spada dal lungo taglio appesa alla cintura, l’elmo chiomato dal vistoso pennacchio: l’odio serviva per arma. La furia di Marte creò nuove arti e mille strumenti di morte. Scorse il sangue, da allora, e impregnò la terra, arrossò il mare. E i delitti sconfinarono in tutte le case, nessun misfatto rimase senza esempio: il fratello fu ucciso dal fratello, il padre dal figlio, lo sposo è colpito dalla sposa, sacrileghe madri sopprimono i figli.”

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