Ieri sera è stata mandata in onda al TG1 parte del filmato dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, risalente all’aprile 2004.

Mi sto sforzando di capire che senso abbia a distanza di quasi due anni proporre al pubblico uno spettacolo simile che, anche al momento opportuno, non avrebbe dimostrato nè buon gusto, nè sensibilità nei confronti dei parenti della vittima. C’è da dire che i parenti della vittima ed in generale chiunque senta il suo nome pronunciato alla scrivania di un TG sguazzano nella morbosità dello spettatore e godono dei loro momenti di misera celebrità. Anche l’esecuzione di uno stretto consanguineo è l’occasione di farsi un po’ belli per la tivvù e più lo spettacolo è macabro più lo share ringrazia. Mi aspetto nei prossimi anni anche la caduta di quel pudore ipocrita che non consente di mettere in onda l’esecuzione vera e propria, ma solo la parte precedente; se la tendenza rimane quella di spettacolarizzare ogni genere di evento tra non molto finiremo come i nostri amici statunitensi, capaci di invitare il pubblico davanti all’iniezione letale.

E che dire poi dei commenti di chi trova nel filmato la dimostrazione di chissà quale natura eroica? Fini mi delude profondamente dichiarando “È un filmato che dimostra la dignità di un uomo, in cui non c’è sfida ma la grande dignità di chi vuol fare vedere agli assassini di non avere paura. Si dovrebbero vergognare coloro che dissero che era un mercenario, è morto da eroe”. Tra il non aver paura e l’eroismo c’è un abisso che Gianfranco sembra non notare. Per una volta mi trovo d’accordo con Mariuccia Ciotta del Manifesto che risponde “[…] un eroe è chi sacrifica la propria vita per salvare gli altri. Non per andare a lavorare dentro una guerra […]”. Il cielo voglia che gli eroi di questa Italia di inizio secolo non siano Quattrocchi e i suoi amici.

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