Se vado in giro a dire che l’impero Romano non è mai esistito nessuno mi dice nulla. Se fondo un fan club di Napoleone Bonaparte è anche possibile che lanci una nuova moda. Se nego l’esistenza di Bin Laden probabilmente troverò molte persone d’accordo con me. Ma se dico o scrivo che il nazifascismo è stato troppo bello e che in fondo non ha fatto tanti danni, in diversi stati rischio di essere arrestato e condannato. E’ quello che è successo al sedicente storico inglese David Irving, condannato da un tribunale austriaco per il reato di “apologia di nazismo”.

In sintesi il 67enne studioso è stato condannato a tre anni di reclusione per aver espresso idee illegali. Per quanto mi riguarda ciò che è avvenuto è riconducibile al concetto di censura, limitazione della libertà di parola e di pensiero, indipendentemente dal valore e dalla veridicità di quanto espresso. Questa è una delle pratiche tanto in voga nel periodo storico tabù del ventennio fasci/nazista: i pensieri non graditi vengono banditi, affogandoli nell’olio di ricino o riponendoli nelle prigioni. Sessantanni dopo siamo ancora qui a fare lo stesso.

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