All’università, a scuola, tra parenti mi raccontavano che il mondo del lavoro era duro, crudele e ingiusto. E io, pirla, non ci credevo. Cosa ci può essere di così complicato nel lavoro? Basta saperlo fare ed avere voglia di impegnarsi, di sicuro questo è sufficiente per farsi apprezzare e guadagnare stima e riconoscenza. Inutile dire, banale notare, lapalissiano affermare che non è affatto così. Ma nemmeno ci si avvicina lontanamente, nemmeno una vaga ispirazione. Semplicemente gli avvenimenti seguono una guida di altro genere. Dietro i sorrisi si nascondono denti stretti, dietro gli sguardi occhiate torve, dietro i complimenti invidia, dietro le critiche odio. L’obiettivo non è il bene comune, il successo di tutti, il trionfo della squadra, ma l’interesse personale e la rovina della concorrenza interna, ancor prima di quella esterna. Sembra incredibile, non ha senso, eppure per un proprio piccolo tornaconto tanti sono capaci di danneggiare pesantemente gli altri.

“Beato te che ancora studi, goditi questo periodo che i veri problemi arrivano dopo” dicevano tutti e io, pirla, che li tacciavo di pessimismo. Eppure proprio essi, consapevoli di tutto, mi hanno spinto nella stessa direzione, a seguire la stessa strada, quella della “carriera”, delle promozioni, degli aumenti. Come se qualcuno, dopo aver percorso un sentiero impervio e senza meta, consigliasse comunque ai suoi cari di percorrerlo. Ma perchè? L’unica realizzazione di un uomo (o donna) risiede per forza nella scalata alle posizioni all’interno della società capitalistica? L’unica via per guadagnarsi il rispetto e la stima degli altri passa attraverso la guerra spietata all’ultimo sangue con i propri simili? Dopo migliaia di anni di storia non ci siamo ancora liberati dell”‘homo homini lupus”?

Annunci