Mi manca il sapore della vittoria. Quello che mi faceva tornare a casa dall’università con il cuore spensierato di chi ha aggiunto un’altra riga al libretto, che fosse 26 o 18, e di chi ha la cosapevolezza di essere riuscito a dimostrare qualcosa, o di avere imparato al meglio o di saperlo dimostrare pur non avendolo fatto. C’erano obiettivi, raggiungibili, uno dopo l’altro, in sequenza rapida. Ogni obiettivo raggiunto era un pezzo di vittoria, fino all’ultimo, il più bello ed il più emozionante. Ogni strategia per raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo era un trionfo di soddisfazione.

Mi manca il gusto di dire “minghia, era difficilissimo, ma ho trovato il modo di farcela ed in fondo non mi sono nemmeno sbattuto troppo”. Mi mancano le grandi vittorie e le grandi soddisfazioni in una quotidianità che sa ormai troppo di routine, una marcia non competitiva in piano, una sfida all’ultimo che si stufa piuttosto che a chi raggiunge traguardi ambiti. E a stufarmi son bravo, oh se son bravo! Potrei aprire una scuola di noia ed insofferenza: imparate a stufarvi di qualsiasi cosa vi abbia mai eccitato in vita vostra!

Prima le sfide le regalavano agli angoli delle strade: resta sveglio a lezione da Guardabassi, passa l’esame di Niro, siediti il più lontano possibile da quello li che puzza come uno scimpanzè in fiamme. Adesso bisogna anche cercarsele. Quando si fallisce però si può sempre dire che uno se l’è proprio andata a cercare!

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