Esistono una serie di oggetti comuni che non hanno uno scopo. Sono inutili. Eppure vengono prodotti e venduti. Com’è possibile? Lo ignoro, è inspiegabile. Il mio primo pensiero sono le sorprese delle uova di Pasqua: dentro quei rotondeggianti involucri commestibili albergano sempre oggetti privi di senso di esistere. La vera sorpresa è scoprire ogni anno che simili cineserie sono ancora in produzione. Parlo di tutte le catenine in simil metallo, improbabili pupazzetti, giocattolini per bambini non inferiori ai 36 mesi: grumi di plastica colorata. Mentre li prendo in mano, la mia immaginazione sta ricostruendo la vita dell’oggetto.

Vedo una riunione, presenti l’amministratore delegato, il creativo, il responsabile marketing e i dirigenti della logistica. Ed ecco che il creativo si alza in piedi e con orgoglio conduce una presentazione Powerpoint di due ore farcita di grafici a torta e termini da bingo delle cazzate sul nuovo bambolino di plastica che ha appena finito di disegnare. Uno scroscio di applausi e si dà il via alla produzione della nuova linea di bambolini di plastica. La produzione avviene a Taiwan o in Cina dove decine di persone, mentre controllano la qualità di migliaia di pezzetti di plastica, si chiedono a cosa mai ci servirà questo genere di articoli. E finalmente il sacco di bambolini viene gettato nelle uova di cioccolato ancora calde, in modo che il cellofan si attacchi per bene al cioccolato e vi sprigioni tutte le sue caratteristiche. E signori, a voi il prodotto finito! Pronto per essere ingoiato dai nostri bambini.

Ecco l’industria dell’inutile. Il paradosso di questo periodo storico. Migliaia di persone al lavoro per produrre manufatti (anzi macchinufatti) inutili. “Che lavoro fai?” “Progetto bambolini di plastica per uova di Pasqua”. Che tristezza.

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