Dal 25 luglio alle 20.30 non sono più tifoso di calcio a club. Sono troppi i pesi e troppe le misure. Non esiste autocritica all’interno del sistema calcio italiano e non esiste rispetto nei confronti dei tifosi. Il calcio italiano è ormai analogo al wrestling, uno spettacolo avvincente le cui sorti sono già note e decise in precedenza, con la differenza che il pubblico del wrestling ne è consapevole e quello del calcio no. E non è questione di Juve, di Milan o di Moggi e Galliani; non mi interessano i tre punti in più o in meno, gli scudetti assegnati e revocati; non hanno importanza gli arbitri o i designatori, le partite combinate e quelle condizionate. Quello che conta è che, davanti ad evidenti illeciti da parte di diversi dirigenti e diverse società, non si è scelto di agire radicalmente, di estirpare e di punire come giusto in modo da trasmettere un messaggio preciso per il futuro: il calcio non tollera illeciti. E invece no. Il calcio, chi ci lavora e chi ci gioca tollerano tutti. Anzi la sensazione è che questo processo sia stato uno spettacolino per “salvare” il salvabile della faccia davanti al pubblico, ma che, come ogni buona telenovela insegna, alla fine di ogni puntata la situazione sia ritornata esattamente quella dell’inizio. Adesso è palese che la giustizia è uguale per tutti, ma per alcuni è più uguale. Che le pene non dipendono dagli illeciti ma da chi li commette. Che quello che vediamo ogni domenica sui campi di tutta Italia non è altro che una sceneggiatura già scritta. Ieri da Moggi e amici, domani da altri. Perchè se quello che si rischia è tutto qui, tanto vale provare. E allora, caro calcio, addio. Addio domeniche di trepidazione, addio tutto il calcio minuto per minuto, addio gazzetta del lunedì. Addio.

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