Tutto ciò che l’uomo conosce ha un inizio ed una fine. Tutte le vicende che coinvolgono l’uomo hanno un inizio ed una fine. Anche ciò che non termina in assoluto può avere un inizio ed una fine dal punto di vista di un singolo individuo. L’uomo è però fatto in modo tale che spesso pensa, si illude che qualcosa possa durare all’infinito, non avere mai fine. E non faccio riferimento solo ai beni immateriali quali i sogni e gli affetti, ma anche i beni materiali. Se oggi compro un auto o una casa, sono così convinto che mi accompagneranno per un tempo lunghissimo che quando poi, tempo dopo, risulta evidente che il loro tempo è terminato, faccio fatica ad abituarmi a quest’idea: e allora tengo la Ritmo degli anni 80 in garage o metto in cantina il televisore del nonno perchè “potrebbe venire utile in futuro”. E’ un modo per dare longevità ad oggetti che altro non sono che mezzi con lo scopo di servirci per un breve lasso di tempo.

Ieri ho avuto occasione di visitare il cimitero e la culla degli oggetti tecnologici. Il cimitero porta il nome di ricicleria ed è il luogo in cui tutti gli oggetti tecnologici obsoleti, monitor, televisioni, computer, stereo e mangiacassette, finiscono al termine della loro vita utile. E’ sorprendente la soddisfazione che si prova a lanciare un monitor, top della gamma un lustro fa, in un container insieme a tanti simili. Quasi con tale gesto ci si riesca a liberare per sempre della schiavitù da un oggetto che ormai ci è imposto. E l’orgoglio di liberarsi della stampante e dello stereo vecchio! Tanti ricordi certo, ma il non vederli più in casa ha più a che fare con un sentimento di sollievo che di nostalgia. Si abbandona il deposito dell’Amsa con le mani sporche di polvere e la leggerezza di chi ha compiuto la sua buona azione quotidiana, sorriso sulle labbra e mente libera da pensieri.

La culla invece ha più elementi in comune con l’inferno dantesco che qualsiasi altro luogo. I gironi sono reparti in cui si consuma la sofferenza dell’acquirente nella scelta di nuovi oggetti di cui in fondo non si ha bisogno ma che ci si sente costretti ad acquistare. Ed in questo paradosso si cerca di salvare la dignità cercando l'”affare”, la giustificazione per essere entrato in possesso di qualcosa che appesantirà inesorabilmente la propria esistenza. Il nome di questo luogo di dannazione è Mediaworld. Famiglie divise tra scaffali di hi-fi, lavastoviglie e console, commessi al limite dell’esaurimento che danno informazioni su ciò che ignorano, giovinastri chini sul banco dei cellulari, le code infinite alle casse, monito all’errore che si sta per compiere. Qui si consuma l’acquisto conveniente, per stare al passo con i tempi e non sentirsi da meno del vicino Flanders che ha tutto. Questo è il capoluogo dell’invidia e del vorrei-ma-non-posso (ancora-ma-ce-la-farò!), tempio dove santificare il sabato pomeriggio e dimenticare la frustrante settimana. Questa è la culla dell’inutilità, in attesa che raggiunga la propria dimora definitiva alla ricicleria Amsa.

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