Partenza in tarda mattinata da Malpensa, dopo un’oretta passata a casa a cercare di fare la valigia senza dimenticare nulla, lottando nel tentativo di restare sveglio. Bagaglio ingombrante che temevo davvero di dover imbarcare e che invece sono riuscito a portare con me in cabina: un po’ più di noie di trasporto, ma la sicurezza di avere la propria roba una volta a destinazione è impagabile. Volo breve, un’ora e mezza circa fino ad Amsterdam, tempo solo per sfogliare GQ qualche minuto e mangiare due bocconi gentilmente offerti da KLM. Il cambio ad Amsterdam è stato piuttosto rapido, nel giro di un’ora avevo incontrato il mio collega francese Francois e ci eravamo accomodati sul nuovo velivolo in partenza per oltreoceano. Da qui è partita la mia maratona.

Ho deciso di spendere bene le nove ore di viaggio fino a Vancouver: non è facile avere nove ore tutte per sè, lontano da telefoni, email, persone conosciute e pensieri molesti. Mi sono dunque concentrato su di me e ho pensato, passando in rassegna a tanti argomenti che in questo momento occupano la mia mente. Il processo è stato aiutato dalla disponibilità di tanti bei film da vedere sul piccolo schermo appiccicato al sedile davanti al mio: e così, sfidando la stanchezza e le lenti a contatto, mi sono sorbito quattro film, uno dopo l’altro. Un’altra particolarità è stata che durante i film ho preso appunti su tutti i pensieri e le considerazioni che man mano mi venivano in mente. Starò diventando come mio padre che prende appunti ovunque per non rischiare di perdere nemmeno una minima parte dei preziosi frutti della sua mente.

Cars, Click, Il diavolo veste Prada e Romance and Cigarettes. Alcuni più recenti altri meno. Tutti forieri di riflessioni e maieutici di osservazioni interessanti sul nostro costume e modo di vivere. Ma di questi scriverò in un altra occasione, non mi piace rendere questi messaggi troppo lunghi, come se già qualcuno perdesse tempo a leggerli.

L’arrivo è stato emozionante. Nebbie su Vancouver, freddo ma meno del previsto e pioggia. Sono riuscito a tirare le 20.30 locali prima di crollare, assorto nella digestione di un burgerone e di diversi litri di birra e nell’assorbimento del fuso orario, comunque molto meno influente di quanto pensassi. Forse fa molto figo essere sotto jetlag e spesso qualcuno ci marcia per fare la figura del grande viaggiatore. Sono quindi ormai tre giorni che parlo inglese tutto il giorno, senza miglioramenti apprezzabili comunque. Ho davanti gente proveniente da tutto il mondo con accenti imprevedibili e non sempre è facile passare dall’inglese tedesco all’inglese australiano. Ma mi sto divertendo, è un modo di mettermi alla prova ed ultimamente mi rendo conto che mettermi alla prova è la vera attività che mi diverte.

Annunci