Non sono capace di fare il panettiere. Non so in che misura miscelare farina ed acqua per creare una amalgama della giusta consistenza; non so quanto sale aggiungere e le proporzioni del lievito; non conosco i tempi di cottura di ciascun tipo di panino e non sono capace di capire quando le michette saranno croccanti o le ciabatte morbide. Per tanti motivi, tra cui questi che ho citato, non faccio il panettiere di mestiere. Perchè mi sembrerebbe di prendere in giro chi, vedendo l’insegna “Panificio”, entra fiducioso di ottenere il frutto di una lavorazione competente ed accurata; e non me la sentirei di vendere i risultati della mia inesperienza come capolavori di panetteria a chi non è in grado di intenderne la qualità.

Credo che non sia un discorso complicato o difficile da capire. Credo che sia giusto da diversi punti di vista, a partire dall’onestà individuale, all’etica professionale, alla sincerità nei confronti del prossimo. Credo infine che se tutti ragionassero così, il mondo sarebbe un po’ diverso, forse migliore.

E invece. E invece ogni giorno incontro e parlo con sedicenti professionisti, dalla formazione fragile e superficiale, quando esistente, gonfi del titolo in inglese che campeggia sul biglietto da visita che tanto orgogliosamente presentano. Gente che ha guadagnato il ruolo che ricopre con metodi che nulla hanno a che fare con la meritocrazia e che penalizza e getta discredito su chi meriterebbe la loro posizione. Usurpatori di onorificienze professionali, meri opportunisti, pronti a cogliere al balzo la palla dell’ignoranza altrui per trarre vantaggio per se stessi e le proprie comunelle. Viscide serpi in seno all’economia italiana in caduta libera, crepe profonde del sistema produttivo nazionale, gramigne del giardino professionale.

“Chi sa fa, chi non sa insegna, chi non sa insegnare coordina, chi non sa coordinare dirige, chi non sa dirigere fa l’amministratore delegato!”

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