Saddam Hussein è stato impiccato, dopo la condanna subita dal tribunale iracheno per i crimini contro l’umanità commessi nel 1982 nei confronti di un gruppo di sciiti. Con la sua esecuzione si chiude prematuramente il capitolo processuale apertosi con la cattura dell’ex dittatore: se il primo dei diversi procedimenti previsti decreta, ed esegue, la condanna nei confronti dell’imputato che senso avrà continuare? Ma i processi, oltre allo scopo di accertare colpe, non dovrebbero anche fare luce sulle vicende relative? Ma come è possibile investigare sulle vicende se l’imputato e primo prezioso testimone è stato giustiziato?

A chi poteva interessare questa esecuzione? Di certo non al popolo iracheno, in questo periodo più vicino che mai alla guerra civile e ad una situazione di instabilità che rischia di durare molto più del previsto, se non di degenerare pericolosamente. Di certo non alla maggior parte degli alleati intervenuti a fianco degli Stati Uniti sul suolo iracheno per rovesciarne il regime, anzi proprio essi hanno cercato di intercedere per rimandare almeno l’esecuzione della condanna.

Forse qualche parte politica internazionale aveva cuore il fatto che a Saddam fosse impedito di riferire alcuni elementi. Probabilmente era a conoscenza di avvenimenti e meccaniche che non devono ancora essere svelate. E non è difficile capire quale parte possa essere, visto anche che essa stessa ha contribuito sostanzialmente alla costituzione del nuovo sistema di governo iracheno e che certamente la decisione di eseguire la condanna tempestivamente non può non essere stata approvata da qualcuno di esterno agli ambienti iracheni.

O più semplicemente la morte di Saddam può dare la scusa agli Stati Uniti di ritirarsi definitivamente da quello che è già diventato un nuovo Vietnam, affermando di aver compiuto la propria missione di crociati della democrazia, salvando in due parole capra e cavoli.

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