Quando nel 2003 con una serie di pretesti gli Stati Uniti occuparono militarmente il suolo dell’Iraq tutti pensavano ad una guerra lampo. La parole d’ordine era liberare il popolo iracheno oppresso da un regime non democratico e filoterrorista, facendo apprezzare gli universalmente riconosciuti valori della cultura occidentale. Dopo meno di due mesi il presidente Bush dichiarò vinto il conflitto e focalizzò l’attenzione internazionale sulla costruzione di una infrastruttura politica stabile per sosituire la dittatura precedente. La realtà è che oggi, nel mese di gennaio dell’anno 2007, le forze militari statunitensi sono ancora sul territorio straniero e l’operazione è ben lontana dalla conclusione, nonostante continue voci su un prossimo ritiro. Addirittura, nella giornata di ieri Bush ha dichiarato che più di ventimila nuovi soldati verranno inviati in medio oriente ad aggiungersi alle diverse decine di migliaia già presenti. La presenza americana si radica dunque ulteriormente e rimanda a data da destinarsi il ritorno in patria delle truppe e l’abbandono del paese alla propria autonomia.

Che l’intervento avviato quattro anni fa non fosse una filatropica spedizione in aiuto del popolo è chiaro ormai a tutti. Che sia stata la crisi economica d’oltreoceano e l’indebolimento del dollaro nei confronti della neonata valuta europea a guidare Bush ed i suoi nel Golfo Persico è ormai ammesso. Ma quali siano i piani futuri della più potente nazione al mondo sull’area mediorientale è difficile dire. Pur essendo ancora lontani dagli oltre dieci anni della guerra vietnamita, le forze militari statunitensi sono impegnate nell’area di ormai quasi quattro anni; la differenza rispetto ad allora è che il campo di battaglia odierno è un territorio ricco di preziose materie prime, oltrechè un avamposto strategico in una regione del globo storicamente difficile sul piano politico. Ed in questo momento difficile per l’economia statunitense, sia un forte investimento militare, sia la disponibilità di nuove fonti di risorse e la loro completa gestione possono portare nuova linfa alla macchina produttiva.

Con questi presupposti, che senso avrebbe un prossimo ritiro? Di certo restituire il paese nelle mani di un governo autonomo potrebbe far ricadere le trattative economiche petrolifere in un regime di libero mercato e potenzialmente escludere gli Stati Uniti o la loro valuta dalle negoziazioni. Inoltre un disingaggio delle forze armate interromperebbe quel giro di denaro messo in movimento dal più proficuo affare di tutti i tempi: la guerra. Non sarebbe forse meglio rendere l’Iraq una “colonia” statunitense, sotto lo stretto controllo politico ed economico della Casa Bianca? Ed in fondo chi o cosa sarebbe in grado di impedire alle forze statunitensi di trattenersi ancora a lungo e fare o disfare qualsiasi cosa a lor piacimento nel Golfo Persico?

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