Credo che tutti prima o poi abbiano sperimentato la sensazione di essere stranieri in terra straniera. Di non avere nessuno davvero in grado di capire quel che proviamo o di compatire alcune situazioni. Poco o tanto siamo tutti convinti, in parte a ragione, di essere unici e che tanti nostri aspetti non siano comprensibili da altri che da noi stessi. D’altra parte in tanti aspetti dell’esistenza l’uomo è solo: si può circondare di amici e conoscenti ma resta l’unico responsabile delle proprie scelte e della valutazione di sensazioni, sentimenti ed inclinazioni. A volte, poche in una vita, incontriamo persone con cui riusciamo davvero a condividere tutto e che capiscono il nostro stato con un’empatia senza pari; ma in fondo, pur gratificati moltissimo e percependo piacevolmente la loro vicinanza, siamo quasi sorpresi, colti alla sprovvista da questo avvenimento e non accettiamo completamente questa intima comunione, razionalmente creiamo nuovamente una barriera, quasi ad urlare la nostra presunta diversità.

Spesso la realtà non è così bianca o nera. Abbiamo l’abitudine di accentuare le caratteristiche che ci differenziano rispetto agli altri piuttosto che valorizzare tutto ciò che con essi abbiamo in comune; o al contrario ci capita di sentirci in perfetta sintonia con qualcuno fino a renderci conto di botto di non avere nulla in comune. Settimana scorsa, complici alcuni discorsi in quel di Bormio, ho cominciato a pensare a quanto gli esseri umani, ciascuno di essi, hanno in comune l’uno con l’altro. E quanto invece noi si creda di essere unici. In fondo apparteniamo alla stessa razza, abbiamo gli stessi bisogni primari e le stesse necessità da soddisfare sia dal punto di vista fisico che emotivo, quanto mai potremo essere diversi? E quanto la nostra convinzione di essere diversi è riuscita ad allontanarci e creare barriere?

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