Esiste un contraltare ad una settimana iperattiva ed è il ritorno alla normalità. Quella normalità che sembra ancora più normale dopo averla evitata per qualche tempo. Urge reclamare se stessi ed affermare la propria diversità come per dire che torno alla routine, ma solo perchè lo voglio io, non certo perchè non ho scelta. Il mondo è mio posso fare tutto quel che voglio, basta che lo desideri e che non abbia paura di realizzare ciò che desidero. Il fatto che sia confinato tra le quattro mura della ripetitività e della noia e che veda il cielo della libertà solo attraverso una grata non mi deve allontanare dall’idea di poterlo raggiungere e che in fondo mi appartenga da sempre. E per toccare lo spazio sconfinato e misterioso con un dito, basta avvicinarsi ad esso tanto da non vedere più la grata.

In assenza di neve per le sgommate, piazza Affari si può trasformare nell’arena sportiva da cui sputare a chi si accontenta di sopravvivere spendendo le serate a cervello spento e sensi ottenebrati dal rumore esterno. Un pallone sgonfio ed il furgone di Jolanda de Colò sono il teatro per tornare i bambini che vent’anni fa raccoglievano i palloni da sotto le macchine, giocavano a quindici in cortile e sentivano una fitta di terrore ogni volta che la sfera colpiva un vetro. Quei tiri sbilenchi contro porte artigianali, scagliati urlando il nome del proprio campione. Maldestri palleggi eseguiti da incerti ballerini e la gola aperta nell’imitazione della folla in visibilio. Scene di un atto già terminato per cui nessuno prevede mai repliche.

E allora tiro le pallonate contro il camion dell’AVIS. Per accontentare una volta tanto il bambino di terza elementare che guarda attonito ed incredulo come diventerà la sua vita ventanni dopo. Per sentire che dentro qualcosa è ancora vivo.

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