Passano i giorni, le settimane ed i mesi come se stessi vivendo la vita di qualcuno di estraneo a me. Qualcuno che vive, protagonista di un palcoscenico, consapevole che quanto lo circonda non è più reale di un film. Mi sento osservato da me stesso come da una telecamera da primo piano americano che mi segue ovunque vada, avida di conoscere gli sviluppi della trama e il destino dell’attore. Seguo le mie azioni, condivido i miei stati d’animo e valuto le mie scelte dall’esterno, con lo stesso distacco con cui si osservano i comportamenti dei protagonisti di opere teatrali o cinematografiche: per quanto ci si immedesimi nelle vicende narrate si resta inevitabilmente un’entità esterna, la propria vita ne resta separata, seppur talvolta parzialmente influenzata.

Ed è così che la sceneggiatura della mia esistenza si dipana, seguendo i binari che sono stati posati in un tempo diverso, quando essi avevano una destinazione precisa e la locomotiva sbuffava entusiasta scalpitando in stazione in attesa della partenza e di conoscere la strada che avrebbe seguito. Ora la stessa locomotiva stride annoiata sugli scambi e nelle gallerie, lasciandosi alle spalle paesaggi conosciuti ma disinteressata alla conoscenza di ciò che la prossima curva cela, perchè quel che l’attende non potrà mai valere tutto ciò che abbandona. Continua a viaggiare per inerzia, come se fosse più difficile fermarsi che scivolare assonnata sulle rotaie, sotto gli sguardi di chi la sente sferragliare al passaggio.

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