Oggi mi sono proprio costretto. Chiunque sia mai stato nella mia camera sa perfettamente il caos che vi regna. Irrido e mi faccio beffe di coloro che si scusano del disordine quando mi invitano a casa, perchè sono abituato a ben altro. L’entropia materializzata in meno di sei metri quadri come i meno fantasiosi studenti di fisica sognano da sempre di vederla. Vivere nel caos è splendido perchè è come mostrare agli altri uno spaccato della propria mente com’è davvero e come funziona, spaccato che nessuno è in grado di comprendere. Nessuno tranne me sarebbe in grado di trovare un qualsiasi oggetto nel mio antro, eppure ogni volta che ho bisogno di qualcosa è per me naturale pensare al posto in cui la metterei (o lascerei) e li la trovo, naturalmente. La morfologia della disposizione degli oggetti riflette direttamente la psicologia del proprietario in un ordine compresibile solo ad esso. Una sorta di codice cifrato la cui chiave è rinchiusa nell’individualità.

A volte però si è costretti a riportare la propria vita ed i propri possedimenti ad una struttura universalmente riconosciuta come ordinata, passando magari per l’alienazione di diversi pezzi di un passato ormai remoto. Ed ecco dunque che frugando nella montagna (sic!) della mia roba, come Mazzarò la intende, fanno capolino frammenti di vita. Oggetti ormai privi di funzionalità alcuna, impolverati e con i segni del tempo, ma che in un’altra era sono stati fulcro di momenti felici e a cui irrimediabilmente è associato qualcosa che va oltre la materialità stessa. Ordinare i miei mucchi di cose è come viaggiare a ritroso nel tempo, rivedere luoghi e persone, rivivere sensazioni e sentimenti, ripercorrere la via che ha portato ad oggi. Non sono mai stato attaccato alle cose e dunque non è difficile per me separarmene quando la razionalità mi comunica che i loro servigi non mi sono più utili. Ed in fondo non sono nemmeno così dispiaciuto di perdermi i ricordi che ad esse sono legati, se davvero si è trattato di qualcosa che vale la pena ricordare non avrò certo bisogno di un oggetto per farlo. L’operazione veramente difficile è prendere in mano per l’ultima volta ciascuno di questi oggetti, subirne il ricordo che trasmette e, nonostante il forte influsso che spesso sprigiona, separarsene per sempre.

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