Nel lontano agosto 2006 mi accingevo a parcheggiare la mia utilitaria nei pressi di casa, ben vigile alle indicazioni prescritte dagli appositi cartelli ed attenendomi a tali dettami. Non solo per non incorrere in sanzioni, come qualche detrattore potrebbe insinuare, ma perchè credo ardentemente nell’ordine pubblico e nell’autorità costituita! Individuato un posto di adeguate dimensioni, parcheggiavo il veicolo e mi ritiravo, con la coscienza tranquilla, felice del mio modo di vivere civile. Non è difficile immaginare quale è stata la mia sorpresa il giorno seguente nel vedermi comminare una contravvenzione per aver sostato dove era previsto il lavaggio strade settimanale. Mi sono dunque premurato di controllare la presenza di un cartello che indicasse il divieto di parcheggio, ma senza successo: effettivamente tutto deponeva per la mia innocenza. Indignato per la pena a cui ingiustamente ero stato condannato, decisi di fare ricorso al giudice di pace perchè facesse pace tra il Comune di Milano ed il sottoscritto che coglieva l’occasione per sottolieare il proprio pregresso astio nei confronti del primo. Possibilmente la pace avrei preferito farla senza pagare l’ingiusto balzello a cui ero stato condannato e senza muovermi da casa, ma questo forse era chiedere troppo. Presentai dunque ricorso con tanto di stampa in formato cartaceo di una foto a 280 gradi della zona in cui avevo parcheggiato, descrivendo dettagliatamente le mie rimostranze nei confronti del non corretto modo di agire degli addetti comunali, altresì detti ghisa.

Con i geologici tempi della giustizia italiana, a fine novembre ho ricevuto l’invito a comparire davanti al giudice, fissato per qualche mese dopo, oggi. Ed in data odierna, previa richiesta di un giorno di ferie, mi sono recato per l’orario indicato sull’invito, le 10.30 di mattina, presso via Francesco Sforza in Milano, dove vivono tutti i giudici di pace milanesi, chiusi nei loro angusti uffici a dirimere le beghe dei cittadini litigiosi. L’inizio non è stato dei migliori, all’ingresso c’è una di quelle macchine a raggi X come quelle dell’aereoporto e anche qui viene richiesto lo strip tease per entrare. A naso ed usando la ricerca per indicazioni ricorsive ho poi raggiunto la porta dello studio del giudice di pace che si è presentato proprio come me lo ero figurato: alto, capelli bianchi, una maestà nei modi che trasmette autorità. L’udienza è cominciata con il giudice che dileggiava la mia prova fotografica in quanto non probante e che mi dava del fortunato perchè l’altra parte in causa, il Comune di Milano, non si era presentata. Da qui è stato un assolo del giudice Roberto che ha cominciato a scrivere come un forsennato gli atti giudiziari (presumo) ed infine la sentenza. Sentenza che, come non si è mancato di sottolineare, è stata in mio favore solo per la mancanza di un rappresentante del Comune, in caso contrario sarei stato costretto a pagare la multa originale, il doppio delle multa come penalità e le spese giudiziarie. Un rischio che non credo correrò nuovamente, se non per cifre esagerate e casi in cui abbia chiaramente ragione.

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