La scena ha luogo in un ristorante di Milano inventato all’uopo dal mio inconscio. Sono a tavola con l’uomo-che-è-sempre-a-cena. Il pasto si svolge senza eventi di rilievo, tra un primo ed un secondo di carne: l’ambiente circostante è di classe ma non lussuoso, il servizio cortese e puntuale senza essere invadente. Si tratta finalmente di uno di quei posti a lungo ricercati in cui si mangia bene senza incorrere in castighi supremi alla cassa. E invece quando una corpulenta signora si avvicina per consegnare il conto la cifra riesce a scuotere per un momento anche la serafica compostezza del sultano: 679 euro. Comincio a ripercorrere mentalmente le varie tappe culinarie cercando di attribuire a ciascuna di esse un prezzo nella speranza di trovare una distinta che spieghi una cifra di tale spessore. Non riuscendoci spezzo la mia fama alzandomi in piedi e protestando con veemenza nei confronti della signora che intuisco essere proprietaria del locale oltrechè cuoca e cameriera. Mi sento mentre snocciolo decine di ragioni per cui il conto presentato non ha alcuna attinenza con il servizio di ristorazione offerto e che farò in modo che si pentano dell’affronto, ma intanto apro il portafoglio e ne estraggo il bancomat a saldare il delirio su carta presentatoci. Abbandoniamo il ristorante con l’aria vendicativa ed infuriata di chi sa di non avere carte da giocare per ribilanciare le sorti dello scontro, ripensando a quanto ci deve essere costato ogni boccone di quel filetto al pepe verde.

Annunci