Sabato, non appena recuperate le forze necessarie, ho affrontato il dovere. Lo stesso che ormai eseguo come un intervento chirurgico di ricostruzione il giorno dopo ogni serata particolarmente intensa. Parlo dello spoglio dei messaggi inviati inconsapevolmente. Si tratta di una mia personale abitudine recente che consiste nell’inviare con il telefono raffiche di messaggini dal contenuto imprevedibile a chiunque capiti a tiro di rubrica, non appena il livello di allegria della serata abbia superato una certa soglia. Non so bene identificare a quando l’avvio di questo comportamento possa risalire, constato però che da diversi mesi tipicamente di sabato e domenica pomeriggio devo correre ai ripari: passare in rassegna ai messaggi inviati, analizzarne il contenuto con le mani nei capelli e provvedere a telefonate riparatirici e nuovi messaggi di rettifica. Sabato in particolare mi hanno stupito ben due, non uno, messaggi di scuse, inviati a tarda notte, decisamente insoliti per una serata in birreria. Cosa mai potevo aver combinato per arrivare a chiedere scusa a fine serata? Il vuoto pneumatico aveva risucchiato ogni idea dell’accaduto dai miei ricordi. Solo domenica sera, dopo diverse segnalazioni e conferme sono riuscito a ricostruire gli eventi, pur non riuscendo tuttora a rimembrarne l’esatta natura. La colpa c’era, non starò certo a negare, lo prova il fatto che sentissi addirittura la necessità di chiedere perdono così tempestivamente. Quello che è uscito fuori venerdì è stata una parte di me che forse solitamente è tenuta a bada dalla coscienza e sedata dalla ragione, ma che per una volta ha avuto la meglio sui propri guardiani e si è sfogata con più furia di quanto essa stessa sperasse. Per quanto le si nasconda e le si controlli, la cattiveria e la perfidia albergano dentro di noi e di quando in quando, magari quando le sbarre della gabbia si indeboliscono un po’, trovano la via per l’esterno.

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