Si legge a proposito del lavoro nei primi articoli della costituzione italiana:

“Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”

“Art. 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”

“Art. 35 La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. [omissis]”

“Art. 36 Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.”

Alzi la mano chi ha visto rispettati sul proprio posto di lavoro, dipendente o autonomo, tutti questi principi. Non conosco di persona nessuno che possa dirsi rispettato secondo questi articoli. E qui non si tratta di decreti legge o mode temporanee promosse da questo o quest’altro governo: questi sono articoli della costituzione italiana, ciò su cui tutto il resto dell’apparato statale si basa. Una serie di normative di buon senso e comprensibili a tutti, in grado di tutelare il cittadino e integrarlo nella struttura pubblica attraverso un contratto costituito da diritti e doveri. Ma se i diritti sono lontani dall’essere onorati, chi si può aspettare che si obbedisca ai doveri? Che cosa è stato dei buoni propositi che hanno portato alla fine del 1947, in una nazione esausta e straziata dalla guerra, a definire quello che sarebbe stato il futuro dello Stato Italiano?

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