5 di Giugno a Milano. 23 gradi centigradi all’ombra e 50% di umidità, sia al sole che sotto una palma. Tutto tace, come sopito in attesa di scatenare una furia inaspettata, inaudiata rivoluzione. Le balle di fieno rotolano sulla terra arida da El Paso, mentre le nuvole descrivono rapide traiettorie e portano il pensiero alle loro mete. Non fa ancora caldo ma esso sta già arrivando, se ne percepisce la presenza proiettata nei giorni a venire. Come quando il sottile ed acuto ronzio segnala la presenza della molesta zanzara nelle vicinanze, puntualmente confermata da un rosso rigonfiamento. L’estate è vicina, con essa giungono le tasse e quel senso di non appartenenza a nulla o di appartenenza a tutto: quello che si prova di notte sdraiati sulla sabbia di una spiaggia a guardare il cielo e pensare un passo oltre tutte quelle piccolezze di cui ci nutriamo tutti i santi giorni, con una masochistica costanza che meriterebbe altri scopi. Per qualche istante o per qualche giorno è finalmente possibile liberarsi di questa armatura inumana che intralcia i movimenti e trasforma le persone in automi, un’armatura bianca da guardie dell’impero di Guerre Stellari, ma con il colletto e la ventiquattrore, che abbiamo follemente deciso di indossare da tempo immemorabile, pur non con completa libertà di scelta. Fatti non fummo a viver come bruti ma per seguire virtude e conoscenza, anche se sin da bambini tutti insistono come indemoniati per vivere come bruti e a virtude e conoscenza pochi hanno l’opportunità di avvicinarsi. Questo giugno è cominciato così, con mille promesse, e mille sogni, degno predecessore di un luglio di avvenimenti e emozioni. Mi sento come un surfer sulle onde della vita.

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