Che bello. La gioia mi pervade come un tiepido fiume in piena. Ho sempre adorato il mio attuale posto di lavoro. Così accogliente, così piacevole, un ambiente di persone amichevoli sempre in grado di risvegliare i migliori sentimenti anche nelle contingenze più difficili. Ma anche no. La realtà è che le angherie si sono susseguite senza quartiere per mesi da quando sono entrato a far parte di questo gruppo, non risparmiando il colpi più bassi di cui ometto volentieri i dettagli per non umiliare chi è già stato umiliato a sufficienza dalla sorte. Mano a mano però che la data della mia partenza si avvicina molti sembrano riuscire finalmente a proporre il loro lato migliore, come dimenticando più di due anni di competizione, scorrettezze, barili scaricati e patate bollenti appoggiate in tasca di nascosto. Vedo sorrisi, strette di mano, battute, conversazioni inattese e cortesi richieste di informazioni da parte di chi fino a ieri non mi inviava nemmeno le mail. Tutto perde progressivamente importanza come quelle ultime partite del campionato quando i giochi sono già stati decisi tutti: la qualificazione Uefa è garantita, lo scudetto impossibile, ma le ultime tre o quattro giornate devono essere giocate comunque, magari con squadre in situazioni simili. E allora sì, si gioca, ma la partita non ha più nulla di aggressivo, sembra più un allenamento. E così è anche qui adesso per me. Per alcuni è quasi come se fossi già partito, per altri fortunatamente non partirò mai. Una piccola percentuale dei colleghi riesce in qualche modo a resistere e ad essere promossa a conoscente o amico, gli altri si accomodano nel limbo degli sconosciuti con l’etichetta “non ne valgo la pena”.

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