Tre luglio duemilaesette. Diecimiladuecentosettantottesimo giorno della mia esistenza. Il compleanno dell’uomo che è sempre a cena e che ovviamente non posso che vedere dopo cena. Ventinove estati per lui, portate con fierezza, avvolto nell’aria serafica che lo caratterizza. Ventinove giorni invece alla mia partenza per la più importante avventura finora. E mi sembra che invece che ventinove siano ancora quattrocento come più di un anno fa quando ancora non pianificavo ma semplicemente ero impegnato a mettere ordine nei miei pensieri, cercando di disegnare un sogno il più simile a me stesso per poi trasformarlo in progetto. A Londra c’è un attentato o pseudo tale ogni giorno, volare da quelle parti sarà una seccatura, ma la mente è già la ed il corpo prima o poi deve seguirla. Non ho ancora organizzato quasi nulla e sembra che questo sconvolga tutti coloro che lo vengono a sapere. In fondo non ho da trasferire nulla tranne me stesso. Il resto degli accessori si trova sul posto e sono tutte cose che il denaro può comprare. Quello che sì è priceless sarà il sentirmi parlare in inglese tutto il giorno, cercando di dare fondo al vocabolario e ripetendo a pappagallo tutte le frasi che sentirò dire nell’intento di darmi un’aria un pi’ più autoctona. Con il rischio che ora sta correndo il mio attuale capo, di origini tedesche, che crede che dire “stronzo” sia un altro modo di dire “stupido”, ignaro di sbalordire la maggior parte degli italiani con cui parla. Tanto all’Atlantic, all’incrocio tra Seymour e Davie, nessuno sarà in grado di sentire i miei strafalcioni mentre canterò con la mia Guinness in mano. Mi sento vicino ad un meta verso la quale sto correndo da quando sono nato, vedo quasi il traguardo all’orizzonte, il cuore mi scoppia in petto, ma mi alzo sui pedali e accelero ancora!

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