Tutti mi salutano come se dovessi partire, ho anche ricevuto dei graditissimi doni di “addio”, o arrivederci, ma da parte mia non ho ancora ben chiaro di dover partire. Non sono consapevole che questi sono i miei ultimi giorni nella capitale del grande nord che lavora, la metropoli del Duomo in perpetuo restauro, dei tram gialli sferraglianti con le bandierine durante le Cinque Giornate, del Negroni sbagliato del Bar Basso, la stessa città dei ghisa, della Madonnina e del panettone. Oggi c’è, è davanti ai miei occhi da ventotto anni, la conosco da sempre, vi sono nato e mi avvolge come un habitat naturale da sempre. Mi sento a mio agio come a casa, eppure, pur tanto ben conoscendola e spesso apprezzandone gli aspetti positivi, ne sono stanco. Ma ancora non posso pensare di stare per abbandonare le piazze e gli angoli, i negozi e i bar, l’acciottolato e i binari. Non mi sembra possibile vivere altrove lontano dai consueti corso Lodi, piazza Medaglie D’Oro, corso di Porta Romana. E continuerà a sembrarmi impossibile finchè non ne sarò lontano a sufficienza da percepirne la distanza. Allo stesso modo gli addii e gli arrivederci agli amici e ai conoscenti mi sono difficili: solo consapevolmente so che non li rivedrò per diverso tempo, ma il mio inconscio è ancora convinto che mi saranno vicini per sempre e basterà una telefonata per andare a fare quattro chiacchere dietro due bei bicchieri di Fischer. Non c’è evento di addio che mi commuova perchè non sento ancora l’addio e non lo sentirò finchè non starò sorvolando la Groenlandia sulla rotta artica per Vancouver. Allora, tutto ad un tratto capirò.

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