Oggi ho approfittato della tipica giornata uggiosa di Vancouver per vedere qualche film rimasto scaricato e non ancora visto. Tra immondizia del calibro di Transformers e Die Hard 4 che non consiglio a nessuno se non per inimmaginabili secondi fini ho scovato e rivisto una vecchia pellicola del 2004 con protagonista un palestratissimo Will Smith in vena di denudarsi quanto più possibile: Io, Robot. Era un po’ che volevo darvi nuovamente un’occhiata alla luce delle recenti letture asimoviane degli ultimi mesi, ma giustamente avevo preferito senza dubbio i libri di Isaac alle sbruffonate hollywoodiane. Ebbene il risultato nel suo complesso non è completamente privo di interesse sebbene sia convinto che il povero Asimov si rivolterebbe più volte a vedere citate a casaccio le proprie opere in un confuso minestrone di spunti dai propri racconti. Il film è comunque decisamente godibile se si chiude un occhio qua e la sulle inevitabili strategie a vantaggio dei botteghini e sul continuo baccano sonoro e visivo che sembra essere diventato un ingrediente necessario un po’ ovunque.

Invece sono rimasto molto colpito da una scena del film che ho associato ad alcune mie riflessioni. Riassumendo la trama per dare un minimo di informazioni, un gruppo di robot capitanato da un cervellone elettronico avanzatissimo minaccia la libertà del genere umano: alla base di tutto c’è un’interpretazione “errata”, o meglio estrema, delle tre famose leggi della robotica da parte del cervellone medesimo. Tali leggi stabiliscono che le azioni dei robot devono essere guidate dall’obiettivo di proteggere e servire il genere umano e sono la garanzia che tali macchine non potranno mai essere dannose per l’uomo stesso. L’interpretazione estrema che, senza l’intervento del bel Will avrebbe portato alla cattività, è determinata dal fatto che, secondo il giudizio del cervellone, il genere umano non è in grado di provvedere al proprio bene appropriatamente e deve essere protetto da se stesso. Da qui la necessità di renderlo prigioniero per assicurare la sua sopravvivenza. Ovviamente, nel film come nella realtà, l’uomo è più affezionato alla propria libertà che alla propria salute e dunque l’ex principe di Bel Air nemmeno perde un istante a valutare la netta e lucida logica inoppugnabile della macchina pur di riguadagnare la possibilità di fare tutto quel che gli passa per la zucca, incurante delle conseguenze. (Risparmio in questo frangente il solito discorso a proposito della nazione che ha fatto della libertà la propria bandiera per poi tradirne gli ideali senza alcun rimorso.)

Ora la scena mi ha estremamente colpito perchè uno dei miei machiavellici pensieri ricorrenti è proprio che l’umanità non è (più?) in grado di badare a se stessa. In questo periodo storico ancora più che in altri, se mai in passato la situazione è stata migliore. E questo è ciò che a mio parere rende la democrazia una forma di governo non efficace. E’ bello e molto ottimista pensare che il popolo possa eleggere i propri rappresentanti e che la politica di uno stato rifletta il volere della popolazione. Ma anche se così fosse, cosa che non è mai, il successo del sistema si baserebbe sull’ipotesi che la maggior parte della popolazione sapesse cosa è meglio per se stessa e fosse in grado di agire di conseguenza. Inutile sottolineare come questa ipotesi, se mai è stata verificata, certo non lo è ora, hic et nunc. E i risultati sono davanti agli occhi di tutti. L’unica soluzione, la soluzione ottima è proprio quella che il nostro nero muscoloso ha sventato tutto contento nel film: un’entità infallibile, in questo caso un robot, in grado di decidere cosa è meglio per l’uomo ed costringerlo a seguire tali scelte, certamente non sempre piacevoli. Mi diverto a shockare le persone che mi conoscono poco dicendo che, per rialzarsi dalla crisi in cui naviga da sempre, l’Italia avrebbe bisogno di un dittatore illuminato. Ebbene ora l’ho trovato, un robot asimoviano!

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