Oggi è stata una giornata piena di cose, fatte, viste e capite. E’ bello vedere come l’esperienza non segua una crescita lineare ma presenti picchi e concavità degne delle peggiori funzioni discontinue del Pagani-Salsa. Partenza lenta con 5 snooze dopo una lunga serata, i weekend lunghi sono sempre difficili da recuperare e non sembra vero di dover ricominciare ad alzarsi. Caffè con inevitabili chiacchere con i colleghi e la giornata sembra finalmente avviarsi, pur lentamente come le azioni dell’Inter di quando perdeva. Al contrario del solito però questa volta è la fine della giornata che mi attende con una brutta sorpresa, me la sono preparata io stesso: andare da IKEA a prendere qualche pezzo di compensato su cui adagiare le schiene dei due sciagurati che mi vengono a trovare a fine mese. Spero che non stiano leggendo, ma per questo oggi li ho pensati con meno affetto del solito. Ho anche pensato di chiedergli di portarsi un sacco a pelo ma non volevo rischiare di rovinare la schiena ad un possibile notaio e all’erede spirituale di Pablo Escobar. Se mi comporto male e volete mettermi un po’ di paura non parlatemi dell’inferno, ditemi solo che se continuo sul cattivo cammino il Padre Eterno mi farà percorrere all’infinito il cammino obbligato dell’IKEA insieme alle signore che si siedono su ogni poltrona e toccano tutti i tappeti. Prenderò molto più sul serio la situazione. Dopo pranzo rimedio un gradito invito a cena per il fine settimana da parte di una collega portoghese, impaziente di presentarmi fidanzato e pargolo. Anche lei compiange il destino rio che mi costringe a recarmi al magazzino del mobile a buon prezzo, ma alla fine mi lascia partire. E qui temevo che la parte piacevole della giornata fosse chiusa.

Invece la prima parte del viaggio sullo Skytrain lo trascorro a conversare con un biondo e aitante collega inglese con cui sembra che condivideremo discese sulle piste canadesi tra qualche settimane. Il viaggio sul mezzo pubblico è quasi piacevole, questa monorotaia da città di Nathan Never è rapida, frequente e non affollata: addirittura sono rimasto sbigottito a vedere la gente attendere spontaneamente il treno successivo quando quello in banchina si riempie troppo. “Troppo”, comunque meno di quello che qualunque milanese considererebbe troppo. Mi chiedo che faccia farebbero questi canadesi a Duomo per prendere la rossa in direzione Molino Dorino alle 8 di mattina. Insomma, l’IKEA non è proprio vicinissima al centro e dalla fermata dello Skytrain c’è ancora un quarto d’ora a piedi che stavolta trascorro marciando a passo bersagliere sotto una fitta pioggerellina. Il tutto per giungere verso le sei di pomeriggio al girone dantesco dei consumisti. Questa volta, anche senza un Virgilio femminile, mi so orientare e nel giro di un paio d’ore di atroci sofferenze sono all’uscita con tante pesantissime scatole di cartone accatastate alla tetris su un carrello malfermo ed un sacchettone blu con cuscini, piumoni e altra chincaglieria degna di una dote ottocentesca. Qui la prima gradita sorpresa dopo la potente strisciata di Visa: consegnano a domicilio domani pomeriggio e soprattutto, al contrario dell’ultima volta, mi portano tutto, non solo i mobili. E’ impressionante come un piccolo evento come non dover trascinare a casa venti chili possa dare un nuovo inizio ad una giornata apparentemente terminata.

Non piove nemmeno più e, tranquillo come un boy scout che ha appena compiuto la buona azione quotidiana, mi avvio verso la fermata dello Skytrain. Nemmeno lo sapevo, dopo una certa ora il biglietto costa meno, lo spiego anche ad una coppia di locali che sembra più stupita di me, al punto da chiedermi informazioni in proposito! Da qui il viaggio è rilassante, su un vagone semivuoto eppure occupato da esseri civili, attraverso le luci colorate che congiungono i quartieri circostanti al centro di Vancouver. C’è movimento in Granville, dovrei uscire più spesso invece che rintanarmi su Skype con gli amici. E a giocare a Civilization ingozzandomi di nachos al formaggio che finiscono per imbrattare la tastiera. Oggi comunque ho fatto il mio dovere e il mio premio di presenta sotto forma di una grossa “M” gialla rotondeggiante. Mentre esco con il mio sacchettino maleodorante carne bruciacchiata e oli saturi non posso sapere che la giornata mi riserva ancora un’ultima gradita sorpresa. L’occhio mi cade su un cartello appoggiato davanti all’entrata: riporta l’immagine di un hamburger con patatine e sotto c’è scritto “24 hours”.

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