Regia di Luciano Ercoli, anno 1974, nel pieno dei tumulti causati dal terrorismo, quello vero, delle brigate e di stato. Niente di nuovo insomma. Una Milano che non ho mai fatto in tempo a vedere, quella delle 2 cavalli, dei ghisa con l’elmetto bianco, dei flipper nei bar, delle Cinquecento, di San Babila accessibile e senza telecamere, dei telefoni della SIP e delle cabine telefoniche a gettone (200 lire). Quella stessa Milano ancora in lenta ripresa dopo la guerra, in cui arrangiarsi secondo le possibilità era la norma per tutti. Una società apparentemente per molti versi più semplice e legata a valori di base, ma capace di mettersi a discutere di politica sugli stessi sferraglianti tram gialli che girano in questo momento sulla circonvallazione. Una politica che allora era qualcosa di concreto ed estremamente attuale, materia di convizione e dibattito, presente nella vita di tutti e sotto gli occhi di chiunque. Non certo una faccenda di chiacchere e rotocalchi come oggigiorno, ridotta a spettacolo di varietà di cattivo gusto. Sono passati più di trentanni e guardare questo film non mi dà già l’impressione di sfogliare un antico album di foto, il passo prima di essere qualche noiosa pagina su un libro di storia. Per due ore sono stato coinvolto con Rolandi e Mentina alla ricerca di una verità difficile da scoprire, occultata da intrighi ed interessi, proprio come oggi. La patina in bianco e nero, i colori sbiaditi e le parole arcaiche doppiate con un tono che nulla ha in comune con la recitazione attuale, tutto contribuisce a localizzare in un tempo ed uno spazio preciso una vicenda forse più vicina a noi di quel che immaginiamo. Forse gli anni del terrorismo e delle stragi, della cortina di ferro e delle logge, non sono così lontani ma hanno solo cambiato colori e nomi. E non se ne racconta più nulla.

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