I canadesi sono un bel popolo. E astuti anche. Quando una delle festa nazionali cade di giorno festivo il lunedì successivo è vacanza. Sembra così semplice, ma intanto noi siamo ancora li a vedere gli anni buoni per le ferie e quelli no. E dunque, approfittando del Remembrance Day dell’11 novembre, ringraziando i caduti in guerra, si è potuto sfruttare un inatteso weekend lungo. E cosa c’è di meglio di una bella roadtrip improvvisata per riempire tanto tempo libero? Nulla. Infatti, svegliatici alle prime luci dell’alba (sul fuso di Singapore), abbiamo affittato una splendida vettura e ci siamo diretti tosti verso la Sunshine coast, ambito luogo ameno della British Columbia.

Come ogni roadtrip che si rispetti è stata assolutamente improvvisata, nelle modalità organizzative e nelle tempistiche: usciti di casa per una passeggiata, quasi per caso ci troviamo su un auto noleggiata sulla Highway 1 alla volta del traghetto di Horseshoe Bay. Solo al largo sul Pacifico ci rendiamo conto di non avere nulla per trascorrere una notte in giro, ma siamo giovani e ce la caviamo ovunque. Meno che sul ponte 5 dove tira un’aria gelida. Il potente traghetto BC Ferries circumnaviga Bowen Island da lontano offrendo un panorama non da poco sulle vette circostanti ed un saggio della boscosa natura canadese. Noi si osserva estasiati come ragazzini in gita scolastica. L’approdo è nei pressi della ridente cittadina di Gibsons, osannata dalle guide come una delle più caratteristiche della zona. A passarci rapidamente attraverso non sembra un granchè, ma di certo non ci permettiamo di contraddire la guida senza fondate ragioni. Da qui imbocchiamo senza indugio la Sunshine Coast Highway.

Ecco, il nome highway non deve in questo caso suggerire l’usuale concetto nordamericano di strisciona d’asfalto a dieci corsie, probabilmente in questo caso è poco più di una statale che si snoda guarnita di cartelli di segnalazione nella singolare vegetazione del luogo: enormi conifere a pochi metri dalla riva del mare. Intanto è calato il buio e dopo esserci procacciati un po’ di provviste nel centro commerciale di Sechelt prendiamo la decisione di pernottare a Earl’s Cove, abbacinati da tanto attraente nome. Chissà chi è questo Earl, e chissà cosa cova! Earl’s Cove rimane proprio all’estremo opposto della Sunshine Coast e dunque, a bordo della nostra fiammante e lussuosa Chevrolet Impala, cominciamo a macinare kilometri nel buio, alternando Maltesers a nachos. Superiamo per miracolo la Halfmoon Bay in cui il guidatore, vittima di un abbaglio, sceglie di prendere una scorciatoia nella scarpata. Traversiamo poi il Madeira Park e il bivio per Egmonton ormai prossimi alla meta. La strada si fa sempre più cupa. Le auto che ci incrociano sono sempre meno. Il telefono non prende quasi mai e la radio salta frequentemente. Il buio si fa sempre più opprimente. Fino all’arrivo ad Earl’s Cove.

Forse ci eravamo lasciati trascinare dal nome senza leggere bene la guida, ma Earl’s Cove non è altro di un approdo per traghetti ed un bar, piccolo. Difficile passare una bella serata, ma impossibile trascorrere la notte. Ci rimettiamo in auto, nel buio, sperando che Egmonton sia popolata, ma dopo una strada accidentata e scivolosa della pioggia che nel frattempo ha cominciato a calare fitta, compare un villaggio piccolo e non provvisto di alloggi. Pur essendo buio pesto sono solo le sette e decidiamo dunque di tornare verso il traghetto con cui siamo arrivati. A metà del percorso però si staglia nell’oscurità l’insegna del Grasshoper Pub. Un boccone ce lo siamo certo meritati ma prima cerchiamo di capire l’ora dell’ultimo traghetto. Il dialogo che ne segue è dei migliori. “It’s in 30 minutes you’ll never make it from here. We have rooms upstairs though..” “Fine, two lagers please”. In quattro e quattr’otto siamo a tavola deliziati da un simpaticomplessino locale e circondati da autoctoni veraci. La serata si spegne un paio d’ore dopo in camera, a pelle d’orso su due faraonici letti.

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