Sveglia di buon’ora, giusto in tempo per fare il checkout dell’hotel e siamo subito in auto. La nostra fida Impala è gelida dalla notte ed il tempo è in decisa controtendenza con il nome del luogo, ma almeno c’è luce e possiamo darci un’occhiata in giro. Percorriamo con calma a ritroso la via della sera prima, infilandoci nelle strade secondarie che portano a veri e propri insediamenti nascosti, a metà tra villette di campagna e rifugi invernali. Il paesaggio comincia ad assumere un certo fascino che la sera prima era assolutamente celato dalla solitudine e dall’oscurità. Resta il silenzio e la predominanza della natura sugli elementi artificiali, come se qui non si fosse ancora riusciti ad imporre un ritmo diverso e stravolgere radicalmente l’ambiente. Addirittura un daino si avvicina all’auto e ci osserva con aria curiosa prima di raggiungere un suo simile poco più in la, non distante dalla riva dell’oceano. L’adiacenza tra oceano ed un ambiente tipicamente alpino è così insolita che vogliamo cercare di prenderne consapevolezza camminando su ciascun molo che incontriamo sulla nostra via. Almeno fino a quando il vento gelido carico di acqua marina non ci costringe a scaraventarci nuovamente in auto. Un problema delle roadtrip improvvisate è che solitamente non si ha l’abbigliamento adatto. Tuttavia nemmeno un paio di locali dall’aria eschimese sembrano averlo, ma il clima non li sconvolge affatto e non impedisce loro di tirare su dall’acqua un granchio grosso così davanti ai nostri occhi e portarlo dritto dritto al ristorante dall’altra parte della strada. Un punto per chi insiste sempre per mangiare pesce nei posti di mare.

Quello che vediamo è così diverso da quello a cui siamo abituati che non possiamo davvero fare a meno di fermarci un momento a riflettere e speculare come comari. E approfittarne per una colazione. Il porto franco tra la metropoli e la foresta è certamente Starbucks che ci vede protagonisti davanti ad un bollente caffè di una di quelle piacevolissime discussioni storico filosofiche etiche di tutto un po’ che tanto apprezzo. Ma il tempo passa e finalmente ci allontaniamo a bordo della nostra lussuosa vettura seguiti dagli occhi curiosi degli autoctoni. Vogliamo dunque dare una seconda possibilità alla guida e puntiamo dritti verso Gibsons, ultima tappa prima del traghetto. Alla luce del giorno il paesino ha tutta un’altra cera e svela la sua natura di villaggio di pescatori arrampicato sulle colline, tutt’altro che privo di fascino. Non possiamo esimerci da un ennesimo giro sul molo e come veri pescatori decidiamo di fare sosta da Molly’s Reach, un caratteristico pub dall’insegna gialla che sazia la nostra fame ittica.

La traversata di ritorno, preceduta da una lunga attesa ad ascoltare musica anni 80 in auto, è ben più movimentata dell’andata con moto ondoso sopra la media e vento di decisa intensità che insiste su una gola già piegata da un incipiente raffreddore. Il dilemma vero è però se acquistare presso il negozio di souvenir di bordo un attraente serpente verde di pelouche per soli 12 dollari. A posteriori, un errore lasciarlo li. Una volta approdati sulla terraferma ci spingiamo fino all’IKEA di Coquitlam giusto in tempo per vederla chiudere, ma non prima di appropriarmi di un nuovo tavolino per il soggiorno. Il riposo dei giusti è una serata carnivora presso The Keg, la mia Baseball Steak sul menu è definita “so thick that medium rare is the most we can cook it”.

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