Lunedì. Ore 8. Fuori dalla finestra l’uragano. Ma si è detto che si va a Whistler e caschi il mondo tra due ore siamo li. Doccia, vestiti, altri vestiti, pillole per il mal di gola e siamo pronti. Un genio decide deliberatamente di sbarazzarsi delle provviste rimaste dalla sera prima e buttarle nella pattumiera del palazzo, dopo ciò non c’è altro da fare che spiegare le vele, gonfie dei forti venti che sibilano, e fare rotta verso la più popolare meta sciistica della regione. Il sultano sbava come un alano davanti ad una bistecca al solo pensiero di vedere delle piste da sci innevate e respirare nuovamente l’eccitante aria di montagna che attende ormai da mesi. Io sbavo in modo simile ma solo perchè ho ancora il raffreddore e il muco mi anestetizza metà della faccia.

La strada costeggia la parte di oceano che abbiamo attraversato con il traghetto la sera prima. Ci sono segni evidenti del temporale ancora in corso con alberi sradicati e terriccio un po’ ovunque, ma la nostra fida Chevrolet Impala, ribattezzata Lontra, non si fa certo intimidire da tali ostacoli e procede spedita come un siluro unto di burro verso il suo obiettivo. A metà strada sorge il paesino di Squamish, ribattezzato Beamish dal mio compagno di viaggio che purtroppo ogni tanto dimostra i limiti della sua età nel gestire tanti nomi in una lingua straniera. E’ tempo di una ricca colazione e decidiamo di sfamarci in una specie di saloon che sembra essere l’unico locale aperto in tutto il centro abitato. Non poi tanto abitato comunque. Uova, pancetta e toast al burro e marmellata sono la colazione dei campioni locali e in questa circostanza anche la nostra. Il popolo locale ci osserva come gli alieni che siamo mentre parliamo una lingua straniera trangugiando il nostro cibo.

L’arrivo a Whistler, un’oretta dopo, segna il rientro nella “civiltà” occidentale fatta di ogni genere di artefizio per guadagnare quanto più denaro possibile alle spalle dei turisti. Ed ecco dunque una cittadina alpina disegnata a tavolino e perfetta in ogni suo particolare, nata intorno ai numerosi impianti di risalita che servono decine e decine di piste sulle vette circostanti, per la gioia del sultano già innevate abbondantemente. Come scoprirò dopo la stagione verrà aperta in anticipo rispetto alle previsioni a cause delle copiose nevicate. Da qui è una lunga passeggiata su e giù per il paese, ad osservare le tavole da snowboard più costose del continente e seguire con lo sguardo i fighetti dei dintorni che fanno i ganassa con i soldi di papà. La musica cambierà presto, non appena la stagione sciistica comincerà, allora ci sarà solo neve e sport, indipendentemente dalle tutine della Spyder e le tavole Burton tempestate di diamanti.

Sulla via del ritorno poco dopo Squamish approfittiamo per visitare una cascata che vanta una altezza superiore a quelle del Niagara. Lo scroscio è imponente e l’ambiente circostante affascinante, ma il non poter esattamente distinguere tra l’acqua che arriva dalla cascata e quella diretta dalle nuvole toglie un po’ di fascino. Da prendere nota di rivisitare il posto più in la nel tempo, magari in primavera, all’asciutto. Mano a mano che ci avviciniamo di nuovo a Vancouver il cielo si fa più sereno fino a consentirci una splendida foto ricordo che ci vede assolati sullo sfondo boscoso della statale. Una di quelle istantanee da far vedere ai nipoti.

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