Film con Will Smith e pochi altri, visto in anteprima grazie (?) a qualche gentiluomo che si è portato a casa il DVD dello screener. La storia di uno dei pochi sopravvissuti all’epidemia di un mortale virus che porta l’umanità ai limiti dell’estinzione. Un tema davvero nuovo e mai incontrato sul grande schermo. Le inquadrature di New York deserta e in preda alla natura suscitano più serenità che ansia, ma purtroppo si fa fatica a prenderle in considerazione come verosimili. L’interpretazione del bel principe di Bel Air si allinea sulla media di Bruce Willis, constato con sgomento. Non che il bel Will abbia mai dato dimostrazione di doti istrioniche al di sopra della media, ma di certo almeno aveva prestato la propria simpatia come parziale compenso. Non in questo inutile polpettone, collage di scene già viste e banalità post apocalittiche. Tempo perso per tempo perso molto meglio lustrarsi gli occhi con la protagonista dell’ultimo Resident Evil.

Pur non essendo trattato in modo adeguato, è interessante però il tema della solitudine e di cosa essa possa causare nella personalità di un uomo. Sebbene dopo migliaia di anni di civiltà l’umanità non abbia ancora trovato un modo decente di convivere, è indubbio che la necessità di condividere le proprie esperienze con altre persone sia una delle necessità più impellenti in ogni individuo. Alle semplici necessità fisiche quali respirare, nutrirsi o dormire, si affianca con altrettanta importanza per la salute il bisogno sociale di comunicare, condividere e collaborare con altri simili. Sappiamo che in media un uomo può resistere qualche settimana, senza mangiare, qualche giorno senza bere o dormire; di certo di solitudine non si muore, ma mi chiedo quanto tempo sia necessario in media perchè in assenza di contatti con altre persone la mente perda lucidità e cada nella psicosi.

Tornando brevemente al film, concludo, senza rischiare di esagerare in arroganza, che mi sento di poter essere considerato più leggenda io che ho resistito all’ora e mezza di questa noiosissima e vana proiezione. Sarei davvero curioso di sentire dagli autori quale fosse il messaggio che volevano comunicare. Forse che anche il cinema può essere noioso come una lezione di Guido O. Guardabassi?

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