Ecco la seconda parte del resoconto Bostoniano. So che serpeggia dell’impazienza, ma giovedì sera, dopo quell’odissea che ho descritto, proprio non me la sentivo di rinunciare ancora al mio piacere numero uno e sono crollato tra le coperte. Ecco comunque come sono andate le cose questa settimana in quel di Boston, Massachussetts.

La prima persona con cui ho parlato è stato il tassista che non ha fatto altro che parlare male di Bush, confessando oltretutto il timore che i repubblicani restino al governo anche dopo le prossime elezioni. A suo parere gli Stati Uniti non sono ancora pronti per avere un presidente di colore o donna e quindi ricadranno nelle grinfie di chi li ha rovinati negli ultimi sette anni. Mi avevano detto che in nordamerica non è educato ingaggiare conversazioni troppo impegnative con una persona sconosciuta, evidentemente questo tale doveva essere parecchio maleducato, anche se le polemiche e le lamentele mi hanno fatto sentire molto a casa.

Il giorno successivo ho incontrato il cugino in centro come da programma ed è stato un pomeriggio estremamente piacevole di considerazioni e pensieri tra emigranti, trascorso nel centro di Boston in una giornata fredda ma serena. E’ stato estremamente interessante descrivere esperienze e impressioni con qualcun altro che le ha vissute prima di me e confrontare differenze o condividere idee comuni. Il centro di Boston ha un aspetto che ricorda le cittadine inglesi, ma senza la stessa patina di provincialità. Ho finalmente visto il MIT ed Harvard da cui tanto è uscito negli ultimi anni e chissà che il mio futuro non abbia qualcosa da riservarmi da quelle parti. Di certo mi aspettavo questa città molto più “americana” ed invece l’ho trovata europea quanto basta da farmi sentire un po’ più vicino a casa.

Lunedì mattina mi sono svegliato in hotel con un freddo maledetto e fuori dalla finestra nevicava come nemmeno a Natale. Nella lobby gran fermento mentre la televisione consigliava a tutti di non muoversi da casa. Molti uffici chiusi, scuole pure e un’allerta generale decisamente palpabile. Ho raggiunto l’ufficio sfidando una bufera di neve e affondando fino al ginocchio in quella che era caduta durante tutta la notte. Ufficio naturalmente deserto ad eccezione di due o tre colleghi che han deciso di sfidare comunque le intemperie. La giornata è trascorsa produttivamente e terminata con uno splendido omino di neve dal sapore orientale.

L’apogeo del soggiorno è stata la serata da Legal Seafoods, pluriraccomandato ristorante di pesce che è stato teatro di un’aragosta decisamente sontuosa. Tutti ricchi con i soldi degli altri. Ma ho pensato che la mia prima aragosta dopo 28 anni potevo anche farmela pagare da Pantalone. La scena è tra l’altro stata pittoresca, con la signorina del locale che mi ha allacciato il tovagliolo e spiegato come mangiare quello strano parente del dottor Zoidberg. Il mio collega britannico ovviamente se la rideva assai mentre mi vedeva armeggiare con le chele e sventrare il rosso crostaceo. Valsa la pena provare, ma non sono impazzito per questo piatto che tutti decantano come delizia del palato. No, non ci sono foto nè filmati dell’episodio. Non da pubblicare comunque.

Con questo giro ho messo piede sul terzo paese del nuovo continente, dopo Canada e Messico. Impressioni? Tante. La più forte è che gli Stati Uniti sono una nazione troppo vasta per potersi fare un’idea dopo averne visitato una piccola parte. Le differenze tra le varie aree sembrano essere ben più consistenti che altrove e, se non fosse per le stelle e strisce che sventolano ovunque, si potrebbe sospettare di essere in un’altra nazione. Lo stesso vale per il Canada, Montreal sembra essere troppo diversa da Vancouver per condividerne la bandiera.

Spero di continuare ad avere la possibilità di viaggiare come adesso per saperne di più..

Annunci