Da oggi posso cancellare e lentamente dimenticare tutte le vacanze sulla neve trascorse finora. Ho la sensazione che tutto si sia verificato per meglio prepararmi questa settimana assoluta di montagna estrema. Certamente nulla di quello che ho visto in termini di neve e di ambiente naturale è nemmeno vagamente comparabile con le mie esperienze passate, pur effettivamente limitate alle Alpi.

Comincio con il notare che l’osservazione meticolosa dei bollettini della neve che sempre precede la partenza per le località sciistiche non ha qui lo scopo, come spesso da noi, di capire se ci sarà neve sufficiente a sciare. La neve c’è, è ovvio, non è materia di discussione. Quando siamo partiti le piste di Fernie avevano già ricevuto la bellezza di sei metri di neve per una base battuta su cui sciare di più di due metri. Quello che si vuole controllare e ciò che determina se la giornata sulle piste sarà o meno positiva è l’ammontare di neve fresca, quella che da queste parti chiamano “powder”, o brevemente “pow”. Infatti solo alcune delle piste vengono battute dai gatti delle nevi, le altre vengono lasciate con la neve fresca per il piacere dei funamboli della tavola, qui in netta maggioranza rispetto agli sci. Addirittura, per dare un’idea della mania, nel caso il bollettino della neve riporti più di 40cm di neve dalla sera precedente, la cittadina chiude le proprie attività per consentire a tutti di godere delle ottime condizioni. Con queste premesse posso solo lasciare immaginare l’atmosfera in auto quando, dopo 12 ore di viaggio attraverso la British Columbia, siamo arrivati alla meta in una tempesta di neve fittissima che ha portato mezzo metro di neve nuova per il giorno successivo. Per la cronaca l’intera settimana ha poi totalizzato 172cm.

Avete presente quei filmati in cui alcuni fortunati snowboardisti solcano la neve fresca sollevando onde bianche come se fossero su un surf? Io l’ho fatto. (E sono quasi soffocato nella neve fresca). Giunti prestissimo sulle numerosissime piste, ci siamo lanciati su quelle non battute come Ciccio di Nonna Papera su un buffet. Sensazioni indescrivibili e un modo di scendere dalla montagna decisamente inconsueto e affascinante, in un letto bianco e morbido, a fare slalom in mezzo agli alberi o sollevandosi sulla superficie in una nuvola candida. Cose da autoctoni abituati al clima comunque, dopo qualche discesa a -30 gradi ho cominciato a rimpiangere che al rifugio non servissero il bombardino che sognavo. E nel pomeriggio, quando dopo ore di esplosioni per prevenire le valanghe, hanno aperto un’intera nuova conca rimasta chiusa fino ad allora per sicurezza, non è stato uno scherzo scivolare a valle nell’aria gelida tra le sciabolate di powder sollevate dalla tavola. Una volta raggiunta casa direttamente sullo snowboard però l’idromassaggio bollente all’aperto ha fatto dimenticare tutto. (omissis).

Compagnia piacevole che ha unito ai piaceri degli sport invernali quelli dello stomaco ed una insperata complicità, pur aiutata decisamente. (omissis). Bilancio estremamente positivo di una settimana di cui non posso certo raccontare tutto per decenza e rispetto del buon costume, ma che di certo ha segnato un nuovo punto fermo per i futuri soggiorni in montagna. Last but not least, grande scuola di slang canadese e di interscambio culturale di espressioni gergali irripetibili. Come scrive una maglietta locale “I got puked on”, mi ha nevicato addosso.

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