L’ho incontrata per mesi a giorni alterni a seconda dell’orario quando entravo in ufficio alle 8.30, ed è una di quelle persone con cui riesci a sapere se sei in ritardo o meno a seconda del punto della strada in cui la incontri, o se non la incontri affatto. Quel che di lei si vede suggerisce una altezza media, un fisico snello ma non particolarmente sportivo, e capelli sulle spalle biondo tinto tradito da ciocche scure irregolari. Si presenta sempre in jeans e sneakers ed indossa un husky nel cui cappuccio peloso avvolge completamente il capo lasciando intravedere solo una minima porzione del viso, alla Capitan Harlock. Cammina rapidamente fissando il marciapiede qualche metro più avanti, senza scostare lo sguardo, come i cyborg di Terminator, come se fosse intenta in pensieri estremamente impegnativi. Anche il passo sembra scandito da un un qualche meccanismo automatico ed è insolitamente frequente anche se non rapido, tipo quello dei millepiedi. Incontrandola così spesso ho cominciato a farle caso e a cercare di capire chi si nascondesse sotto il pelo della giacca sforzandomi di scorgere qualche tratto del viso. Nel corso di mesi di brevi osservazioni di qualche secondo sono riuscito a comporre una quantità di informazioni, anche se tutto è rimasto pressapoco nel mistero fino a qualche giorno fa. Ciò che davvero spiccava dal cappuccio era una bocca socchiusa su due denti bianchi da roditore che avevano qualcosa di minaccioso e inquietante, qualcosa che ricordava i denti di Hannibal Lecter in una giovanile voracia. Le poche volte che ho invece incrociato lo sguardo, gli occhi completavano l’aria aggressiva delle fauci con occhiate allo stesso tempo aggressive e sulla difensiva. Tanto che da un certo momento ho anche smesso di incrociarli per timore di guastarmi la giornata con uno spavento mattutino. Il mistero si è poi sciolto qualche giorno fa quando ho cambiato orario e non l’ho più incontrata alla mattina. Al contrario, uscendo prima dal lavoro, la incrocio spesso tornando a casa, e di pomeriggio non indossa il cappuccio rivelando di non essere alcuna bestia nata dalla fantasia di Lovecraft ma una semplice persona che pendolareggia da una parte all’altra di Vancouver. Addirittura l’ho vista sorridere insieme a qualche collega. Anche questa storia presenta un delizioso lieto fine.

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