Thriller di fantascienza da salotto con Nicole Kidman e Daniel Craig, diretto dal tedesco Oliver Hirschbiegel, lo stesso degli a lungo discussi La caduta e The experiment, per chi li ha visti decisamente miniere di spunti interessanti. Pur soffrendo della disgraziata presenza della ex moglie di Cruise che sembra davvero non avere più idea di come recitare decentemente, il film snoda molto lentamente la sua trama sollevandosi dal classico e stravisto atterraggio alieno a suon di grancassa e mostruosità da B-movie e introducendo un fattore di analisi psicologica ed interrogativo esistenziale che lo rende caratteristico e non usa e getta come molti altri. L’invasione del titolo prende avvio da frammenti di uno Shuttle proveniente dallo spazio che sono vettori di una forma di vita aliena in grado di trasmettersi come un virus tra gli esseri umani. Fortunatamente per il pubblico nessuna spettacolare trasformazione muta il corpo degli individui infetti, piuttosto la mentalità e parzialmente la biologia ne vengono modificati inducendo i portatori del virus a sentirsi parte di un medesimo unico organismo e collaborare in ogni attività eliminando ogni tipo di conflittualità. Man mano che l’epidemia si volge in pandemia e contagia ogni parte della società del pianeta i primi macroeffetti cominciano ad apparire ed ecco che le guerre terminano e l’umanità collabora per il proprio benessere universale senza distinzione alcuna tra gli individui. Il prezzo da pagare è naturalmente l’emotività, vista sia come punto debole della natura umana, sia come causa prima delle sue sventure e difetti. Tema molto simile a quello di Equilibrium di Kurt Wimmer che crea una società perfetta basata sull’illegalità dei sentimenti che vengono soppressi attraverso una sostanza imposta periodicamente a tutti i cittadini. E’ a mio parere interessante vedere come in entrambi questi esempi la perdita di emotività non sia considerata una grossa perdita in se stessa ma in quanto causa radice che porta allo sconvolgimento della società come la conosciamo oggi. Dunque l’impresa dei protagonisti è sempre ripristinare l’ordine conosciuto del mondo, non tanto riportare l’uomo ad avere istinti di odio, amore, rabbia, paura, stupore, panico. In The Invasion questo è talmente evidente che la protagonista non sembra neppure porsi l’interrogativo dell’alternativa, dando assolutamente per scontato che la società come la conosciamo sia da preservare e considerando la perdita di personalità e carattere semplicemente come un comodo metodo di individuare gli alieni. Trovo degno di nota come il cinema di questo genere sia assolutamente conservatore nella sua Candida convinzione che viviamo nel migliore dei mondi possibili al punto che non valga nemmeno la pena considerare alternative, quasi a ad addestrare il pubblico alla difesa dello status quo a priori e neutralizzare ogni minaccia di rivoluzioni. A qualcuno tutto questo farebbe squillare più di un campanello d’allarme.

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