Taboo, il gioco delle parole vietate. Principe delle feste casalinghe analcoliche. Ma anche, a detta della sempre più autorevole Wikipedia, “forte proibizione (o interdizione), relativa ad una certa area di comportamenti e consuetudini, dichiarata ‘sacra e proibita’. Infrangere un tabù è solitamente considerata cosa ripugnante e degna di biasimo da parte della comunità”.

Settimana scorsa ero a pranzo da Thai House con i colleghi e si stava conversando della gita di domenica scorsa a Seattle e della cultura progressista della West Coast. In particolare raccontavo di aver trovato in un negozio dei curiosi giocattoli, bambolini di Gesù a mani fluorescenti con tanto di pani e pesci, confezionati in scatole da collezione con invitanti scritte quali “Feed 5000 with 5 loaves & 2 fish” o “Turns water into wine!”. Degne di menzione anche le suore con i guantoni da pugile, le mentine dell’ultima cena con scritto “Save your breath” o il kit per vestire la figurina della Vergine Maria con ogni sorta di abbigliamento decisamente non consono alla sacralità del personaggio. Commentavo quindi tra lo stupore degli astanti di come in Italia questo genere di articoli avrebbero vita dura tra censure e benpensanti che ritengono di poter stabilire di cosa si possa ridere e cosa debba essere preso sul serio. Da li è venuto fuori come l’inglese non abbia un termine specifico per la bestemmia, in quanto essa non è percepita come qualcosa di più volgare dalle altre esclamazioni correnti. Paradossalmente, non suscitando alcuno scandalo, è molto meno frequente sentirle da queste parti piuttosto che da noi.

Da parte canadese i tabù sono molto più terreni e legati alla vita quotidiana ed alla storia locale piuttosto che a chissà quale valore spirituale e religioso. Uno è sicuramente il razzismo e qualsiasi tema abbia a che fare con la discriminazione dell’uomo su base razziale. Ciascuna razza ha il proprio termine dispregiativo e pronunciarlo può nella maggior parte delle occasioni portare ad evoluzioni imprevedibili nella conversazione ed è certamente qualcosa che tocca profondamente l’orgoglio e la decenza di chiunque. Il vocabolo “nigger” è infinitamente più forte di “negro” o di qualsiasi bestemmia e molte persone si rifiutano di pronunciare la parola anche a scopo esemplificativo. Il secondo grande tabù che ho incontrato, seppure in questo caso il discorso sia molto più complesso, è l’alcool con cui questo popolo sembra avere un rapporto ambiguo di odio, amore, condanna, culto. Sebbene l’alcool e le bevute siano argomento comune di conversazione ci sono limiti ben precisi oltre i quali non è bene spingersi. Ad esempio dire di aver guidato ubriaco qualche volta ha lo stesso effetto sulla conversazione di un pugno sul tavolo.

E’ curioso come ciascuna società abbia i propri punti deboli e argomenti percepiti come così importanti che la morale comune si sente in dovere di limitare le modalità di espressione su di essi, come se non parlarne potesse in qualche modo allontanare le negatività. Dopo migliaia di anni di storia l’uomo ricorre ancora a metodi oscurantisti per chiudere gli occhi di fronte a quello che non vuole vedere o di che non si sente pronto ad affrontare.

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