“Meglio un nero che una donna” sembra essere il messaggio implicito della netta vittoria di Barack Obama alle primarie statunitensi. Ma, che il candidato fosse una persona di colore o di sesso femminile, era evidente che il momento sarebbe stato storico, una vittoria in ogni caso. Mi piace pensare che il risultato delle elezioni del prossimo novembre sia in qualche modo scontato e che un’inversione di tendenza non sia un’utopia ma finalmente un obiettivo reale e raggiungibile. Le parole pronunciate sei mesi fa da Obama vogliono sancire un taglio netto con gli interessi di palazzo e gli accordi sottobanco: “I am in this race to tell the corporate lobbyists that their days of setting the agenda in Washington are over. I have done more than any other candidate in this race to take on lobbyists – and won. They have not funded my campaign, they will not get a job in my White House, and they will not drown out the voices of the American people when I am president.” Un saldo punto di partenza per riavviare un paese che negli ultimi anni è decaduto inesorabilmente, involvendosi su se stesso. Non si tratta solo di abbandonare l’Iraq, ma di redirigere i fondi verso una rifondazione sociale basata sui servizi al cittadino e l’evoluzione tecnologica. Un approccio ben diverso da chi, dall’altra parte della barricata, insiste sulla politica del terrore, dell’allarmismo e del conflitto con una nazione che da sette anni stringe i denti per non ottenere nulla. Questa volta non c’è bisogno di nessun Moore per capire che non ci sono alternative e, se Obama può non essere perfetto, non c’è alcun dubbio su chi sia il meno peggio.

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