Nel corso degli ultimi cinque anni il prezzo del petrolio si è impennato. Nel 2003 si poteva ottenere un barile di greggio per una trentina di dollari, oggi ce ne vogliono circa quattro volte tanti e la tendenza non sembra sul punto di invertirsi radicalmente. Certamente gli eventi politici ed economici di questi primi anni del nuovo secolo hanno avuto una forte influenza sul costo dei combustibili fossili ed il fatto che molti dei maggiori paesi esportatori siano stati coinvolti in crisi internazionali non può essere ignorato. Il prezzo ufficiale infine è sempre espresso in dollari statunitensi, moneta che in questo momento gode di una frazione del potere che vantava qualche anno fa. Sembra ragionevole pensare dunque che, una volta superata la crisi, i prezzi possano calare. Ma questo calo non potrà durare a lungo comunque.

Ricordo che ancora alle elementari la maestra ci mostrò un grafico (probabilmente basato sulla teoria di Hubbert) che descriveva una previsione dell’andamento della produzione di petrolio fino alla metà di questo secolo e sottolineò come tutte la nazioni produttrici avrebbero raggiunto un picco di produzione per poi calare man mano che le riserve si estinguevano. Ovviamente alla diminuzione dell’offerta sarebbe corrisposto un forte aumento dei prezzi. E ricordo anche come tutti noi bambini di fine anni 80 abbiamo notato come sarebbe stato opportuno cautelarsi prima dell’avvento di questo momento. Sono passati vent’anni e siamo ancora qui, con il picco di produzione/esportazione imminente se non già passato, poche alternative per le mani e quell’aria fatalista mentre leggiamo che il greggio sfiora i 140$ al barile.

E’ come la storia del prossimo grande terremoto sulla faglia di Sant’Andrea. Tutti sanno che nel corso dei prossimi anni si verificherà e sarà di proporzioni enormi, ma c’è sempre qualcuno che si trasferisce sulla West Coast nonostante questo..

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