E’ splendido parlare di nulla per cinque ore mentre si attraversano centinaia di kilometri di natura incontaminata e l’aria calda ma secca sguscia in auto dal tettuccio. E’ bello anche quando la mente si incaglia in una parola specifica e non riesce più a staccarsene, continuando a mulinare intorno ad essa, ai suoi significati ed alle sue ricorrenze. Una (ma l’articolo indeterminativo qui è quasi un insulto) mia amica mi confessò una volta di voler creare un blog in cui analizzare i significati ed i pensieri derivanti da una parola a caso nel vocabolario. Oggi in auto ho fatto la stessa cosa, complice una battuta che mi ha colpito particolarmente.

“Classico”. Se penso a qualcosa l’aggettivo “classico” attribuisce subito una valenza di conosciuto, sdoganato da tempo e sicuro, oltrechè qualitativamente eccellente e degno di essere provato a priori. Un classico può piacere o non piacere ma vale sempre la pena, che sia un libro, un film, un paio di scarpe o un piatto. E’ una garanzia che persone prima di me hanno apprezzato così tanto che ora si considera classico, cioè bello per tutti. I promessi sposi, la pizza, le Stan Smith, i Beatles, Zio Paperone, la pasta aglio olio e peperoncino, il caffè dopo pranzo, la basetta all’altezza dell’orecchio, la sciata notturna sono tutti classici nei loro rispettivi generi. Poi per un momento mi sono ingolfato su un punto. Il liceo classico. E non sono riuscito a spiegarmi se si chiami così perchè si studiano i classici oppure perchè in passato si trattasse del liceo tradizionale opposto a quelli venuti successivamente come lo scientifico o il linguistico. Inutile dire che quest’ultima ipotesi, veritiera o meno, è la mia preferita.

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