Meno diciotto giorni alla partenza. E poi il venticinque sera saremo tutti all’aereoporto di Cancun, con Pedro, Manolo, Pablo e chissà chi altro. L’emozione sarà trovarsi in Messico provenendo da parti diverse del mondo. Fino ad un annetto fa era tutto semplice, bastava darsi appuntamento al Pug Mahone’s o alla Brasserie e nel giro di una manciata di rossi si poteva pattinare sull’ultimo pettegolezzo. Adesso, per colpa di qualcuno che non cito, non si riesce a vedersi senza un passaporto timbrato e senza chiamare casa all’arrivo. “Tra mezzora al Tapas” è diventato “tra un mese a Cancun”. Il prossimo passo sarà “tra due anni sulla luna”. Tempo che il sultano la compri e la metta un po’ a posto che di mobili dell’Ikea non se ne parla. Nel frattempo la penisola dello Yucatàn sarà la Normandia del 2008, mutatis mutandis. La Omaha Beach degli sbarchi alleati si trasforma lentamente in una ben più calda e blasonata Playa del Carmen. I bunker tedeschi sulla costa invecchiano di centinaia di anni fino a diventare fortezze di pietra abbandonate dalle civiltà precolombiane. Il fresco sidro di mela trafugato in agriturismo aumenterà la propria gradazione fino ad assumere il trasparente colore della Tequila e dell’Aguardiente. Se Huitzilopochtli lo vorrà spariranno completamente le improbabili ricostruzioni storiche dei musei francesi e per fortuna nostra gli autovelox, cose che rimpiazzerei volentieri con piccantissimo cibo locale e gare di jalapeños crudi. Vamos!

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