E’ arrivato il giorno. Dopo mille peripezie organizzative, pericoli reali e immaginari, incertezze varie e tremende certezze, finalmente venerdì si parte. Il mio volo lascerà Vancouver poco prima delle 8 di mattina. Dico “il mio volo” perchè bisognerà vedere se io sarò a bordo. A causa di un trascurabile disguido la dogana statunitense potrebbe farmi qualche piccola grana ad entrare nel loro magnifico e ambito paese, anche solo per il tempo necessario di prendere un altro aereo che me ne porti ben lontano. Ma sono relativamente tranquillo, lo scalo è a Houston, Texas, di solito quei texani li sono dei bonaccioni e figurati se si impunteranno su questioni di principio. Manco fossero stati loro a produrre tanto pirla di presidente. In ogni caso una volta arrivassi a Cancun nulla potrà turbare i miei dieci giorni di vacanza nel posto al sole preferito dai migliori depliant. Cioè, forse qualcosa sì. La lista di vaccinazioni sul sito del perfetto canadese viaggiatore è così lunga che mi è venuto male a girare la rotellina del mouse. A parer loro potrei prendermi un po’ di tutto, sarebbe quasi più sicuro mettermi in uno di quei programmi della Bayer in cui ti fanno testare i farmaci per il cancro del domani. Se arrivi a domani, ovvio. Questa è stata però un’ottima occasione per due motivi. Il primo è che a causa della mia agofobia -no, non agorafobia, smartass: agofobia è la fobia degli aghi, un neologismo nuovo di cellophane- mi sono tenuto alla larga da vaccinazioni e iniezioni in genere per gli ultimi vent’anni e probabilmente una rinfrescatina al mio sistema immunitario non ha potuto fare che bene. Secondo la tipa in camice che mi ha raccontato tutto dei pericoli virali messicani non era niente male. Ancora un po’ e le chiedevo di svuotare il frigo dei vaccini e farmeli tutti, giusto per fare un po’ il pagliaccio. Meno male che ho il richiamo dell’epatite a ottobre. Speriamo che non sia l’unica cosa che mi ricorderà il viaggio in Messico. Arrivederci a tra una decina di giorni.

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