Se mai un giorno dovrò abbandonare il meraviglioso appartamento che ormai da un anno mi ospita, non credo mi mancheranno i cartelli intimidatori in ascensore, le inattese e poco gradite visite del cannibale ucraino o ancora quel vicino poco rispettoso che lascia la spazzatura a metà della canna dei rifiuti. Mi mancherà invece di sicuro la piccola piscina del secondo piano e la vasca idromassaggio, proprio quelle che ho ignorato per diversi mesi per poi scoprirne il fascino la scorsa primavera.

L’acqua è per sua natura malvagia. Quella sua infida viscosità, le sue molecole così lascamente interconnesse, la umida densità che tutto avvolge non possono certo ispirare fiducia in nessuno che abbia le rotelle a posto. E’ una trappola bella e buona. Ma all’uomo piace giocare col fuoco, e con l’acqua, e dunque si tuffa, nuota, finge di essere a suo agio in un elemento che non attende altro che fagocitarlo nei suoi abissi ed invaderne le viscere. Da bambino raccontano che il corpo galleggia e che dunque non c’è da aver paura dell’acqua. Eh, allora perchè la gente affoga? Se si è in difficoltà basta fare il morto ed aspettare aiuto. Certo, sperando che l’aiuto arrivi prima che l’assideramento, allora non ci sarebbe bisogno di fingere di essere morti. E’ una congiura, una cospirazione per far vincere l’acqua.

Tornare a casa a metà pomeriggio e tuffarsi nell’acqua fresca è un piacere di cui non sarà facile privarsi, e ancora di meno la comodità di poterlo fare senza uscire di casa, ma semplicemente prendendo l’ascensore. Se d’estate ogni inquilino ha fatto prima o poi la sua comparsa alla spiaggia del secondo piano, man mano che l’autunno si avvicina e la temperatura si spinge lentamente verso i 20 gradi la ressa si dirada e la vasca idromassaggio diventa il luogo in cui rilassarsi e badare un po’ a me stesso per qualche minuto senza alcuno stimolo esterno. Un po’ come la stanza dei pensieri di Zio Paperone, ma senza solco circolare.

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