Ah, la cara vecchia Grouse Grind, 2.9 chilometri di estensione per 853 metri di dislivello, un suggestivo sentiero in mezzo alla fitta foresta che porta alla vetta della Grouse Mountain, il miglior belvedere su Vancouver. Non nego che la salita metta decisamente alla prova lo spirito ed il corpo della maggior parte dei coraggiosi alpinisti che, consci o no di quel che li attende, si spingono su quegli scalini di legno. E’ buffo vedere tutti fare gli spavaldi nelle prime decine di metri per poi rallentare ansimando e cominciare a bere e tirare fuori snack di ogni genere. Ed è divertentissimo osservare i caratteri dei vari personaggi che si trascinano su, dal gruppettino di bambini che corrono su come forsennati prima di mettersi a piangere, al vecchietto che lemme lemme si trascina su lasciando dietro di sè un fetore di sudore acido, alla coppietta con uno dei partner evidentemente più sportivo che incita vigorosamente l’altro, a un paio di asiatiche che ho visto salire su per questa via impervia con jeans elasticizzati e sandali. Si tratta più che altro di una prova psicologica, vince chi riesce a non lasciarsi scoraggiare da una salita che invece che addolcirsi si inasprisce sempre di più fino a far pesare ogni singolo passo avanti ed ogni pompata di sangue nell’aorta. Perde chi gira i tacchi e torna indietro o si spinge oltre le proprie possibilità e sviene, pare che accada molto più spesso di quanto si pensi. Oggi comunque la ricompensa è stata decisamente giungere in cima a Grouse con un sole estivo più in gamba che mai a metà settembre e fare i soliti due passi a salutare gli orsi che a questo punto dell’anno probabilmente fanno le ultime passeggiate prima di ritirarsi in letargo. Tra qualche mese tornerò con in mano la fida tavola per inaugurare la stagione invernale.

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