Hai appena avuto un nuovo giocattolo. E’ ancora nella sua luccicante scatola. L’hai atteso per mesi come l’evento che avrebbe cambiato tutto. Tecnicamente non è ancora tuo. Ma sai che lo sta per essere e che lo ghermirai nelle tue grinfie avide di possesso nei prossimi minuti. E’ come una proprietà in potenza. Il momento migliore. Come quando sei davanti alla torta e ne hai già scalfito la glassatura con un cucchiaino, il dolce sapore del pandispagna sta per assalire come uno tsunami le tue papille gustative, le ghiandole salivari sono eccitate come la folla prima del derby, ma meccanicamente non è ancora successo nulla e potenzialmente potrebbe fermarsi tutto li. Forse sarebbe meglio. Non toccare il pacchetto e ritirarsi nella propria soddisfazione. Appoggiare il cucchiaino e non sporcare l’immaginazione con la realtà.

Invece distruggo la scatola e azzanno la torta. La consacrazione di ogni bellezza della vita è la sua realizzazione, portare l’atto al suo punto massimo. Dal compimento scaturisce l’inizio della fine, una breve discesa verso la consapevolezza che il piacere presente sta per diventare memoria passata e quel che è dietro di noi non può essere più interessante di quel che ancora ci attende. Ne consegue che nell’istante in cui mi levo quel cucchiaino di bocca, la torta si ingrigisce davanti ai miei occhi ed entra a far parte dell’insieme delle cose già fatte, ben poca roba in confronto a quel di cui sarò capace domani. E di quella ottima torta nemmeno assaggio un altra briciola, perchè ho già in mente quella di domani, più grossa, più buona e più bella.

Aspetto che lo dichiarino ufficialmente un disturbo. Dirò “io ce l’ho”, alzando la mano, felice come un oro alle olimpiadi. Sarò il primo paziente al mondo affetto da noia seriale.

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