Tutti i miei fidi lettori ormai lo sanno da tempo. In testa alla mia personale classifica dei piaceri della vita c’è il cibo che distanzia a mani basse tutti gli altri. Le goie del palato, le passioni della gola, la felicità delle papille non sono sensazioni che si possono eguagliare facilmente. Ed in questi giorni, complice la mia visita alla patria della cucina mediterranea, mi sto viziando oltre ogni limite, secondo i dettami della mia celeberrima dieta che consente di non privarsi di nulla senza diventare l’omino Michelin. Se c’è qualcosa di buono da mangiare, mangia più che puoi senza alcun limite; se si tratta di cibo comune, punta al sostentamento e ad evitare di svenire per la strada. Finora il metodo ha dato i suoi frutti.

Resta il fatto che da quasi dieci giorni mangio fuori a pranzo e cena, accarezzando la mia enorme lingua con i piatti che mi sono mancati per più di un anno. Gnocchi alla romana, cannelloni, torte salate, salumi, pizzoccheri, stufato, torte, gelati, focacce e pizza. Tanta tanta morbida sottile e bruciacchiata pizza con quella bella mozzarella filante. Non credo il mio stomaco fosse pronto a processare una tale quantità (e qualità), ma, nonostante cominci ad accusare i primi segni di stanchezza, non posso esimermi dal fare scorta per i tempi duri. E non si dica mai che mi tiro indietro di fronte ad una fetta di prosciutto crudo o di salamino dolce.

Si era presentata qualche tempo fa la domanda di quale dei cinque sensi si sarebbe disposti a fare a meno. Non ho la risposta ma certamente per quanto mi riguarda non sarebbe il gusto (e nemmeno l’olfatto).

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