Vi mancavo da quasi ventanni, ero ancora un ragazzino. Ricordo solo vagamente le uniche due volte che ho visitato il famoso stadio di Milano. Inter-Roma 2-0 e Inter-Pisa 6-3 di campionati che ormai vengono solo ricordati negli almanacchi del calcio. Non sono mai stato un gran fan delle partite dal vivo, nella mia ottica da pigro sono troppo sforzo per poco vantaggio quando posso tranquillamente scendere al bar e seguire la partita sorseggiando una birra spendendo meno e senza scomodi spostamenti. In fondo l’idea di muovermi con la mandria dei tifosi fino al Meazza e di stare stipato sugli spalti per tre ore senza nemmeno avere la certezza di assistere ad uno spettacolo che ne valga la pena non mi ha mai eccitato tanto da rendere il weekend allo stadio un appuntamento più frequente.

E invece quell’imponente costruzione recintata da torri come un castello medioevale, pur in mezzo a tutta quella marmaglia di balordi urlanti, sa a suo modo offrire delle emozioni. Le stesse probabilmente di chi duemila anni fa gremiva il Colosseo o assisteva agli spettacoli dei gladiatori, quel mescolarsi a gente di ogni estrazione e godere del proprio senso di appartenenza all’umanità nella sua forma più semplice avvolta nell’espressione degli istinti più incontrollati. I cori più o meno coordinati, le urla e gli improperi nei confronti degli avversari, i continui incitamenti sempre più disperati verso i propri idoli che schizzano sul terreno verde. Tutto contribuisce a creare una grande emozione, anche per chi guarda le partite per puro diletto e non si addormenta ripetendo la formazione dell’ottantanove.

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